“Alla fine del mondo” nella Cappadocia calabra: le rupi di Lianò

Quando Papa Francesco, nel suo primo saluto alla folla assiepata in Piazza San Pietro, ha detto di venire dalla fine del mondo, mi sono tornati alla mente i titoli di due libri: “Il mondo alla fine del mondo” di Luis Sepulveda, e “La fine del mondo” di Ernesto de Martino.
Il primo è un romanzo del 1994 che racconta la storia di un giornalista che combatte, insieme a Greenpeace, una baleniera giapponese che si nasconde tra i mari burrascosi del Sud America. Per Sepulveda, il titolo vuol dire forse che il nostro mondo è alla sua fine, se è possibile, per degli esseri razionali e moderni, perpetuare una simile barbarie ecologica (metafora di tutte le barbarie ecologiche del nostro tempo).

Aspromonte. Lungo la pendice che da Stinò di Montebello Ionico sale verso le rupi di Placa. Foto F. Bevilacqua

Il secondo è il contributo del grande antropologo italiano all’analisi delle apocalissi culturali, pubblicato dopo la sua morte, nel 1977. In esso de Martino spiega come la distruzione della domesticità del mondo, della patria culturale, determina la sparizione dell’ethos del trascendimento della vita nel valore, ossia di quella sola cosa che consente all’uomo di non essere gettato nella disperazione dell’esistere senza un senso. Allora è il caso di meditare sul forse non del tutto casuale affiorare alle labbra del pontefice di quella frase. Non c’era solo l’intento di dirci che egli viene da un paese lontano ma anche la constatazione che non ci sarà più nessun paese, né lontano né vicino, se non scongiureremo la fine del mondo. Una fine che, continuando di questo passo, avverrà per nostra volontà, non certo per volontà di Dio.
Ad ogni buon conto, di mondi alla fine del mondo ce ne sono tanti anche nel nostro Sud. Che i Gesuiti, ancora nel Cinquecento, chiamavano “Le indie di quaggiù”, tanto era selvaggio, irraggiungibile, irredento. Non sono bastati quattro secoli perché il Sud divenisse moderno e civilizzato. Della modernità, lo sappiamo, il Sud ha preso il peggio: il consumismo e l’edonismo per primi. Ma anche il sacrificio del paesaggio, a fronte del nulla, visto che alla distruzione non è corrisposta la produzione.
Della civiltà, il Sud ha imparato un grave fraintendimento, l’idea, cioè, che per divenire civili occorresse obliterare la propria cultura ed omologarsi agli altri, a tutti. Così, il Sud di oggi è divenuto un problema – non più una “quistione”, come dicevano i meridionalisti di fine Ottocento – una zavorra, un coacervo di contrasti, e, secondo qualcuno, un non ancora dello sviluppo. E in questa terra liminare e cangiante, vicina e lontana, uguale e diversa, i mondi alla fine del mondo esistono e ci interrogano con la loro presenza-assenza.

Aspromonte. Il Mar Ionio con l’Etna dalla sommit+á di una delle rupi soprastanti Stinò Foto F. Bevilacqua

Domenica d’inverno. Un forte vento di scirocco sferza e sbatte e scompiglia l’ultimo lembo della terra d’Aspromonte, il più meridionale. Quello che scende, tra grandi fiumare e vaste plaghe collinari, verso lo Ionio. Quello più simile al suo nome: non la piccola Svizzera della porzione più elevata, ma il labirinto di brughiere, garighe e deserti di pietre della mezzaluna prossima alla costa.
Territorio di Montebello Ionico. Ci abbiamo messo alcune domeniche per farci un’idea più precisa di quel che cercavamo. Molti anni fa fotografai delle rupi forgiate da vento e acqua, tra il rosso e il marrone, fatte da un amalgama plurimillenario di pietre tonde, bucherellate dalle nicchie lasciate nei secoli proprio da quelle pietre precipitate al suolo. Sono rupi proterve, che si ergono da terreni aridi, spazzati dal vento, su altipiani solitari (almeno questo era il mio ricordo). Da un lato, un susseguirsi di montagne brulle costellate di paesi grigi e un po’ tristi, dall’altro il mare azzurro e increspato. Avevo le foto ma anche una geografia mentale, che però non riuscivo più a localizzare esattamente.
Oggi siamo finalmente venuti, dopo varie ricognizioni, per camminare in questa piccola Cappadocia calabra, per inanellare quante più rupi possibili in un solo giro. Il grande pubblico, forse, potrà farsi un’idea di dove siamo e di cosa vediamo, pensando a Pentedattilo, il famoso paesino fantasma in territorio di Melito di Porto Salvo, racchiuso nel palmo di una rupe a forma di mano protesa verso l’alto. Che è l’emblema della Calabria perduta, di quella pittoresca e bizzarra resa famosa da Edward Lear. Tra Melito e Montebello, infatti, vi sono decine e decine di rupi come quella di Pentedattilo. A gruppi o isolate, piccole o grandi, sfasciate o ancora arditamente in piedi, dalle forme più strane, esse puntellano il territorio come gigantesche pietre miliari. O come semplici capricci della natura.
Lear, che era anche un disegnatore, vi intravide l’archetipo del pittoresco, rimanendone fortemente impressionato. Per me vale lo stesso discorso: le rupi sono uno straordinario orpello del paesaggio, lo contraddistinguono, gli conferiscono una peculiare personalità, lo rendono nello stesso tempo eminente ed attraente. Ecco perché le cerco come un rabdomante impazzito. Ecco perché voglio a tutti i costi avvicinarmi ad esse ed ammirarle, toccarle, lasciarmi affascinare dai loro geni.
Immaginando, attraverso le carte topografiche, un possibile percorso che, ad anello, ci consenta di concatenare diverse rupi, lasciamo l’auto alla frazione di Montebello che ha nome Stinò.

Aspromonte. La più strana delle rupi di Placa di Montebello Ionico. Foto F. Bevilacqua

Poiché talvolta, la situazione sul terreno è diversa da quella delle carte, domandiamo ad alcuni giovani che stanno riparando un motorino. Si mostrano spaesati, come se stessero lì per puro caso, come se l’abitare in quel luogo non avesse per loro alcun significato.
E’ il problema delle nuove generazioni, che, mentalmente soggiogate dai continui messaggi omologanti dei media, hanno contratto una esiziale malattia che io chiamo amnesia dei luoghi. Pensano cioè che un luogo valga l’altro, che quelli dove stanno siano brutti, poveri, inutili. Aspirano a fuggir via prima possibile. Oppure, se accettano di restare, è per qualche ragione che non ha nulla a che fare con l’affetto per i luoghi. Ci dirottano su un anziano signore seduto all’ombra di un pergolato. Lui le indicazioni che volevamo ce le dà, anche se non può comprendere le ragioni di quel nostro vagare in posto abbandonato da Dio: se saliamo lungo il costone sopra le case arriveremo alle prime rupi e da lì potremo proseguire sino alla frazione alta di Placa, dove ve ne sono delle altre. Ringraziamo con il solito rispetto-affetto che sentiamo di dovere a questi ultimi custodi dei luoghi e cominciamo a camminare.
Inizialmente vaghiamo tra i soliti segni del disfacimento che caratterizzano le nostre contrade: vecchi attrezzi dismessi, rifiuti ingombranti che arrugginiscono da anni, poderi semi-abbandonati. Poi, allontanandoci dalle case, subito si materializza l’altra Calabria, quella della meraviglia, quella che pare uscita dalle mani del creatore, come nel famoso brano di Leonida Repaci. Quella che, sino agli anni Cinquanta era l’intera Calabria. Di una bellezza primordiale ed accecante.
Ed accecati siamo, in effetti, mentre nello splendore del sole, ci innalziamo lungo un ripido costone pietroso senz’alberi. Questi deserti di pietre ed erba sono il paesaggio essenziale ed aspro dell’estrema Calabria del sud. Un tempo, regno delle capre e dei rapaci roteanti nel cielo.
Oggi la terra del silenzio, della solitudine, dell’abbandono. Raggiungiamo la prima grande rupe, rossa, sfolgorante, pare davvero uscita dalle mani di un artista titanico, che, con pazienza infinita, l’ha forgiata accostando, infilzando, amalgamando, piccole e grandi pietre. Vi saliamo su. Volgendoci in basso, le case nuove del paese paiono lontane ed estranee al paesaggio, delle escrescenze tumorali che hanno proliferato senza senso per decenni.

Aspromonte. Il fantastico emiciclo delle rupi di Lianò di Montebello Ionico. Foto F. Bevilacqua

Ma sullo sfondo il mare ci risucchia in una dimensione mitica, come quella intuita da Alberto Savinio durante il suo breve viaggio in Calabria: su di esso si eleva, conico e immenso, incapucciato di neve e fumigante, l’Etna.
Ancora rupi, anche se non grandi, anche se isolate. Tutte avevano un nome. Perché rappresentavano veri e propri iconemi, come dicono i semiologi del paesaggio, ossia segni distintivi dei luoghi. E la gente che vi passava accanto, con esse si orientava, da esse distingueva questa e quella località, su di esse fantasticava di tesori nascosti, di morti ammazzati e maledizioni,conosceva il nome di ciascuna di esse e per nome le chiamava. La presenza di quelle rupi nella mappa mentale degli indigeni, confermava la loro appartenenza ai luoghi. Il paesaggio, attraverso quei segni, diveniva domestico, familiare, rassicurante, protettivo. Racconta de Martino ne “La fine del Mondo”: “Ricordo un tramonto percorrendo in auto qualche solitaria strada calabrese. Non eravamo sicuri della giustezza del nostro itinerario, e fu per noi di sollievo imbatterci in un vecchio pastore […]. Lo pregammo di salire in auto e di accompagnarci sino al bivio giusto, sino a pochi chilometri di distanza […]. Accolse con qualche diffidenza la nostra preghiera. […] Lungo il percorso la sua diffidenza aumentò, e si andò trasformando in vera e propria angoscia, perché ora, dal finestrino da cui sempre guardava, aveva perduto la vista familiare del campanile di Marcellinara, punto di riferimento del suo minuscolo spazio esistenziale. Per quel campanile scomparso, il povero vecchio si sentiva completamente spaesato: e a tal punto si andò agitando mostrando i segni della disperazione e del terrore, che decidemmo di riportarlo indietro, al punto dove ci eravamo incontrati. Sulla via del ritorno stava con la testa sempre fuori dal finestrino, spiando ansiosamente l’orizzonte per vedervi riapparire il domestico campanile: finché, quando lo rivide, il suo volto si distese, il suo vecchio cuore si andò pacificando, come per la riconquista di una patria perduta”.
Ebbene, un po’ mi riconosco nel vecchio pastore di de Martino. Non so viaggiare se non in Calabria. Il mio mondo, la mia casa, il mio luogo è la Calabria. Mi importa solo di essa. Voglio esplorarla, conoscerla, visitarla più a fondo possibile. E’ come il corpo di una donna molto amata: non ti stanchi mai di esplorarlo, di scoprirlo e, attraverso tutto quel viaggio minuzioso (come in una famosa poesia di Pablo Neruda dove il poeta si fa insetto), di raggiungerne finalmente l’anima. Mi piacerebbe capirla davvero, la mia donna-Calabria. Fuori da essa, in qualunque altro posto mi sento provvisorio ed estraneo. Non sono un cittadino del mondo. Il mio viaggiare è il viaggiar restando di cui parla Vito Teti in “Pietre di Pane”.
Salendo, prendiamo come punto di riferimento una strana rupe che sembra un pilastro e che ricordo di avere individuato da altro punto di vista in una precedente ricognizione. Giungiamo in un uliveto dove ci sono delle persone al lavoro. Dobbiamo sembrare loro degli intrusi. Invece, come sempre accade quando sai come rassicurare questa gente sulle tue intenzioni (presentandoti con nome e cognome, chiarendo subito cosa stai facendo, spiegando dove vuoi andare e perché), un signore gentilissimo ci dà tutte le informazioni che vogliamo.

Aspromonte. La pittoresca rupe triagolare che sovrasta il piccolo borgo di Lianò, con il mare sullo sfondo. Foto F. Bevilacqua

Siamo giunti alla frazione di Placa. Effettivamente, tutt’intorno è un labirinto di rupi che scendono, attorno ad un vallone, verso un’altra frazione, Lianò. Ci indica il percorso per attraversare il labirinto e scendere a Lianò, da dove potremo poi agevolmente rientrare a Stinò. Ci racconta che ha lavorato molti anni fuori dall’Italia, ma che ora è ritornato a Montebello e fa il contadino. Leggiamo amore verso la terra nei suoi gesti e nella sua voce: come se un cordone ombelicale lo legasse al luogo. E lo avesse finalmente richiamato verso le sue radici. Ecco la rupe a forma di pilastro. Il signore ci racconta che alcuni tedeschi, qualche anno prima, si sono improvvisamente materializzati con un camper, piazzandosi sotto la rupe e l’hanno arrampicata.
Cominciamo la parte più emozionante dell’escursione. Ci caliamo, colmi di stupore, in un grande imbuto orografico costellato di rupi piccole e grandi, dalle forme più strane. Sfumature di vari colori, dal giallo all’ocra, disegnano il marrone ramato della roccia. Le pareti sono sforacchiate da centinaia di pertugi e di nicchie. Stenti arbusti sopravvissuti nei secoli al morso delle capre costellano qua e là questo paesaggio lunare. Zig-zaghiamo tra minuscoli terrazzamenti abbandonati sino a raggiungere il fondo del vallone. Da esso ci volgiamo indietro rimanendo con il fiato mozzo: le grandi pietre, le “rocche”, ci sovrastano con le loro sembianze mostruose, circondandoci da tutti i lati. Siamo in un mondo a se stante, in un paesaggio perfetto, circoscritto, in un luogo che ci parla con un linguaggio di segni, emozioni, ricordi, storie, memorie. Ecco un vero luogo antropologico, mi dico, un luogo altamente storico, relazionale, identitario, come direbbe Marc Augé. Ma c’è anche qualcosa di irrazionale in questa visione senza tempo: c’è il senso del numinoso e del sacro. Siamo penetrati nel genius loci di questo cerchio di rupi.
Una labile pista ci porta sul lato opposto sino ad una vecchia, lillipuziana casetta di pietre abbandonata. Da lì un sentiero – che ora ricordo di aver fatto, all’inverso, tanti anni fa – ci conduce a Lianò, un grumo di case, letteralmente appese alla base di una grande rupe appuntita. Improvvisamente sbuchiamo sul cortile di una delle case “pensili”, sorprendendo un paio di persone del luogo che ci osservano stupite. Anche in questo caso, a fatica, spieghiamo la nostra intrusione. I visi si distendono e sopravviene il senso dell’ospitalità che tante volte abbiamo percepito tra la gente che vive nelle sperdute contrade della Calabria. Ma a noi interessano le loro storie, le loro vite. Vogliamo sapere cosa fanno, quali sono i loro sentimenti. Ci sembra gente che sa di appartenere a quel luogo, che in qualunque altro posto si sentirebbe spaesata ed errabonda. Gente povera, certamente, ma con una sua dignità. Gente confusa, forse, per la strana mistura di antico e di moderno, di identità e di omologazione, che ha invaso la sua vita, ma abbarbicata ai luoghi.
Spesso mi si accusa di essere troppo legato alla mia Calabria, di avere radici che mi rendono provinciale. Per masochismo forse, o piuttosto per sottoporre a critica le mie idee, ho letto tutto d’un fiato “Contro le radici” di Maurizio Bettini, una stringente requisitoria contro la retorica delle tradizioni, dell’identità, dell’appartenenza, che, secondo l’autore, condurrebbe dritto dritto all’immobilismo, alla conservazione, al leghismo, al campanilismo. Stimo Bettini per il suo lavoro ma, pur comprendendo il rischio delle retoriche identitarie, resto dell’idea che solo l’avere radici può salvare quella parte di mondo che ancora vive lontano dalle metropoli. “Coloro che non hanno radici – scriveva de Martino – e sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore ritornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”.

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