Alla “Pietra dell’Altare”. Colmi di stupore, tra ghiaccio e neve…

Quattro gradi sotto zero. Tanta neve. Nebbia fitta ed immobile. Il sudore della fronte filtra dal berretto di lana e si solidifica in una miriade di spilli di ghiaccio. La neve è polvere bianca, tempestata di brillanti. Le racchette, ai nostri piedi, disegnano impronte come di uno strano, gigantesco uccello. Arranchiamo, dal Piano di Carlomagno (in realtà “Carrumango”, poi storpiato dai cartografi) diretti a Pietra dell’Altare, un bel pascolo di quota nei pressi del quale vi è una roccia piatta che somiglia, per l’appunto, ad un altare.

Sila Grande. Pietra dell’Altare. Ph F. Bevilacqua

E’ nevicato tutta la notte. C’è almeno un metro di neve fresca. Gli alberi sono completamente avvolti in un candido manto: i rami ripiegati sino a terra, costellati di stalattiti di ghiaccio; i tronchi strinati dal gelo; le fronde nascoste da pesanti addobbi. In queste condizioni, pensare di imboccare la giusta via è impossibile. Vaghiamo, dunque, in totale libertà, in questo mondo di ghiaccio e di neve. Vuoto, ovattato, silente. Il mondo di  una fiaba nordica. Qualcuno dice: “sembra un bosco di Narnia o della Terra di Mezzo”. Si riferisce ai capolavori di C.S. Lewis (Le cronache di Narnia) e di J.R.R. Tolkien (Il signore degli anelli). Ed è vero. L’intento di entrambi gli autori (amici e membri del famoso cenacolo degli Inklings – termine che significa “coloro che seguono indizi attraverso la scrittura” -) era quello di rendere plausibili le loro storie, intrise di miti antichi, allegorie religiose, riferimenti al propagarsi del male nell’Europa del primo Novecento. Camminando in questo incantato sembra davvero che una storia leggendaria si sia materializzata intorno a noi o che noi si stia attraversando la magione delle fate.
Conosco molti amici che pensano che le fiabe (il mondo di feeria, cioè delle fate, come lo chiamava Tolkien) siano un tentativo di evasione, di fuga dalla realtà. Ma ci sono fiabe e fiabe. Da un lato le fiabe alla Disney, che tendono ad attrarre piccoli e adulti verso una visione edulcorata e consumistica della vita, così come vuole lo stile americano.

Sila Grande. Pietra dell’Altare. Ph F. Bevilacqua

Dall’altro ci sono le grandi fiabe della tradizione, i miti antichi e quella letteratura che ad essi, in diversa misura, si rifà, per ricreare, in chiave moderna, l’affabulazione mitopoietica che era loro propria. Quanto all’accusa di “evasione” così si difende Tolkien in Albero e foglia: “La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà. […] Le fiabe […] oggi costituiscono una delle più ovvie e, agli occhi di certi, più oltraggiose forme di letteratura “di evasione”; […]. Respingo il tono sprezzante e compassionevole che connota tanto spesso, oggi, il termine […]. In quella che chi ne abusa ama chiamare Vita Reale, l’Evasione è chiaramente, di regola, molto positiva e può persino essere eroica. […] Perché un uomo dovrebbe essere disprezzato se, trovandosi in carcere, cerca di uscirne e di tornare a casa? […] Per quanto mi riguarda, non riesco a convincermi che il tetto della stazione di Bletchley sia più “reale” delle nuvole; e, come manufatto, mi ispira meno della leggendaria cupola del cielo.”
In effetti, quella che stiamo vivendo è una pura esperienza di evasione dalla realtà, se per realtà intendiamo le nostre artificiose vite cittadine. Eppure, non c’è nulla di più reale di quel che stiamo facendo. Perché qui, in questo piccolo punto quasi sconosciuto della terra, in questo momento, si è materializzata tutta la bellezza del mondo.
Ci guardiamo senza parlare. Per non rompere il silenzio luminoso nel quale siamo immersi. Ogni albero è una creatura vivente. Proprio come in un racconto di Tolkien. Ne Il signore degli Anelli vi sono gli Ent ossia i pastori degli alberi, creature a metà strada tra alberi ed uomini giganteschi, che vivono sulla terra da tempo immemorabile e posseggono la saggezza. La neve ha disegnato per loro abiti sontuosi e la nebbia ha creato l’atmosfera giusta per immaginarli vivi, palpitanti, pensanti.

Sila Grande. Pietra dell’Altare. Ph F. Bevilacqua

Camminiamo senza meta. Colmi di stupore. Gli abeti paiono alberi di Natale inghirlandati di neve. I faggi si stagliano dritti, con i loro tronchi argentei completamente avvolti dal ghiaccio. Potrebbero essere scambiati per colonne d’alabastro.
Dopo aver vagato quasi alla cieca per un’ora, alla vista di un familiare rifugio forestale semi sommerso dalla neve, ci accorgiamo di essere sul sentiero giusto. Decidiamo perciò di proseguire secondo l’itinerario prefissato. Ci avvolge, ora, una fantastica galleria di ghiaccio e neve. Gli alberi ai lati del sentiero si sono incurvati verso l’interno sotto il peso della neve, formando una volta perfetta, sotto la quale procediamo in religioso silenzio. Di fronte alla bellezza del creato, camminare e contemplare, rappresentano, a volte, una forma di preghiera, un riconoscimento del sacro che permea di sé i luoghi, un aderire all’idea che la vita sia un mistero che non si può disvelare. Per questo, sacro significa “separato”; perché vive della separatezza del mistero. Quantunque, agli uomini, è concessa, talvolta, l’opportunità di accorgersi dell’esistenza di questo mistero. E di imparare che non tutto possiamo spiegare, capire, porre sotto il nostro dominio.
Sfiliamo, con i nostri indumenti colorati, che tanto stridono col mondo in bianco e nero che ci circonda, sotto il lungo tunnel bianco. Di tanto in tanto, un ramo ripiegato sino a terra riesce a liberare la punta imprigionata dalla neve ed a scattare verso l’alto, in uno sfolgorio di pulviscolo ghiacciato.

Sila Grande. Pietra dell’Altare. Ph F. Bevilacqua

Appena usciti dal tunnel, come per incanto, la nebbia si dissolve, scoprendo un cielo d’un azzurro intenso. Il mondo circostante ci appare, allora, inondato dalla luce del mattino, nuovamente colorato. Più risaliamo il pendio più si spalanca dinanzi ai nostri occhi un paesaggio immacolato. Ora ci sono anche grandi pini interamente imbiancati. Non siamo su una vetta che ci consenta vedute ampie, ma solo su un poggio che lascia intravedere uno spazio abbastanza grande racchiuso tra boschi ed alture. E’ questo il piano che, convenzionalmente, chiamiamo Pietra dell’Altare, anche se la pietra vera e propria è poco discosta, nella foresta. I rilievi circostanti prendono, invece, il nome di Montagne della Porcina (porcine erano dette le calzature di pelle dei pastori).
Un raglio improvviso ci fa alzare gli occhi al cielo. Si avvicina uno stormo di uccelli in formazione a “V”. Sfilano proprio sopra le nostre teste, da sud-ovest verso nord-est. La formazione ci oltrepassa e vira a sinistra, si scompone in due, fino a che un nuovo raglio gracchiante richiama all’ordine lo stormo. Distinguiamo, ora, perfettamente, le loro sagome ed i colori del piumaggio: sono una trentina di aironi cenerini. Volano in direzione del Lago di Ariamacina.
Estasiati dal privilegio che ci è stato concesso, attraversiamo in lungo e in largo il pianoro, tracciando file di orme sulla neve. La visita alle due capanne di tavole e lamiere che i pastori della transumanza abitano d’estate, anch’esse semisepolte dalla neve, ci riporta alle storie leggendarie, di lupi e briganti, narrate a fine Ottocento da Nicola Misasi, nostrano mentore della Sila, delle sue foreste, dei suoi abitatori. Anche se non mancano gli stranieri che si incantarono dinanzi alla bellezza di questo vasto altopiano, da Swimburne a Lenormant, da de Tavel a Bartles, da Ramage a Berenson.
La luce del Sud, scrisse Norman Douglas, conferisce a queste foreste un’aura di benigno mistero (ecco che ritorna il mistero), sconosciuta ai boschi brumosi del centro e del nord Europa. Ed anche oggi, in questa gelida giornata invernale, è bastato un po’ di cielo terso per restituire alla Sila la sua grazia innata, la sua rasserenante bellezza.

Sila Grande. Pietra dell’Altare. Ph F. Bevilacqua

E non è poi tanto errata l’intuizione di vedere in questi paesaggi la traduzione fisica del mondo incantato. Se è vero che buona parte del pensiero mediterraneo è pervaso dall’idea che la luce sia alla base del principio filosofico della vita. “In Plotino – scrive Mario Alcaro in Filosofie della natura, naturalismo mediterraneo e pensiero moderno – ad esempio, il tema della luce e dell’energia vitale è tanto ricorrente quanto centrale. La luce che sgorga da una fonte e si effonde è l’immagine privilegiata dei suoi Trattati. […] Solarità cosmica e vitalismo animistico costituiscono i tratti dominanti dello stoicismo che […] interpreta le trasformazioni dell’universo come un’evoluzione del tutto simile a quella biologica dell’embrione e concepisce Dio come un magico fluido che circola nella materia”. E sempre Alcaro ci avverte che il mondo degli antichi filosofi mediterranei è un mondo trasparente e luminoso, perché è vivificato da un’energia vitale ed intelligente, perché esso ha un’anima, l’anima mundi”. Ed è la stessa luminosità che troviamo nelle icone bizantine, la stessa luce del primo cristianesimo orientale.
Ora, scendendo verso il punto di partenza, ciò che prima era celato ai nostri occhi per la nebbia, si rivela in tutto il suo splendore. Una serie di morbide groppe montuose si insegue, all’infinito, verso oriente, con, davanti, i Piani di Carlomagno. Se fossi stato appena più pigro, stamane, e la mia intuizione non mi avesse spinto in questo luogo, avremmo finito per andare proprio ai Piani di Carlomagno, dove – ce ne accorgeremo dopo, passandoci – è in corso una rumorosa manifestazione con le slitte trainate dai cani. Oppure avremmo ripiegato per la più vicina “strada delle vette”, tra Monte Scuro e Monte Botte Donato, dove, d’inverno, è aperta una lunga pista di sci da fondo, anch’essa molto frequentata. Invece siamo qui, a godere di questo silenzio assoluto, di questa solitudine antica. A rivolgere al cielo un ringraziamento colmo di commozione, che per noi è anche preghiera. Paghi e felici, stanchi e inebriati, grati al Buon Dio per averci concesso tanto con così poco.

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