Anno internazionale della biodiversita’, i parchi in prima linea

La conservazione della natura rimane l’obiettivo primario del lavoro delle aree protette, che tutelano un patrimonio biologico straordinario

Favoriscono lo sviluppo economico di territori spesso svantaggiati, diffondono cultura e consapevolezza ambientale, incentivano attività turistiche sostenibili, promuovono il recupero e la valorizzazione di tecniche agricole tradizionali, conservano il patrimonio storico-artistico e il paesaggio. Ma, prima di tutto, le aree protette tutelano la biodiversità. Anche se da anni lavorano con successo come promotori di sviluppo per i territori su cui insistono, la mission primaria dei parchi resta la conservazione della natura. La stessa Cbd (Convenzione internazionale della diversità biologica), il trattato internazionale adottato nel 1992 proprio per tutelare la biodiversità, riconosce il «contributo vitale delle aree protette alla conservazione del patrimonio naturale e culturale del pianeta».

In Italia, tanto per fare qualche cifra, i parchi tutelano oltre 57mila specie animali, tra invertebrati (56.168), e vertebrati (1.254), tra i quali si contano 93 specie di mammiferi, 473 di uccelli, 58 rettili, 38 anfibi, 473 pesci ossei e 73 pesci cartilaginei. Per quanto riguarda il patrimonio vegetale, invece, le aree protette della penisola ospitano più di 6mila specie, che rappresentano circa il 50% della flora europea, e di cui il 13% è costituito da specie endemiche, ovvero esclusive del nostro Paese.  Una ricchezza inestimabile, non solo dal punto di vista strettamente ambientale, ma anche economico. Oltre ad offrire enormi opportunità al settore turistico, infatti, le aree protette assicurano un significativo risparmio al sistema Paese per il solo fatto di difendere determinati ecosistemi e i “servizi” che essi assicurano. Secondo una stima del Teeb (The economics of ecosystems and biodiversity), ad esempio, lo stoccaggio del carbonio atmosferico nelle foreste protette garantisce, alle latitudini dell’Italia, benefici quantificabili in oltre 728 dollari per ettaro (fonti: ten Brink e Bräuer 2008; Braat, ten Brink et al. 2008). Quindi, calcolatrice alla mano, i boschi tutelati dai parchi italiani valgono, solo dal punto di vista della riduzione delle emissioni a effetto serra, quasi 600 milioni di dollari. Ancora: è stato stimato (Filippo Blasi, 2007) che il valore economico di un metro quadro di prateria di posidonia (Posidonia oceanica) ammonta a 2.244 €/anno, calcolato sulla base del contributo offerto dal posidonieto in termini di produzione di ossigeno, assorbimento di carbonio e soprattutto di protezione delle coste dai fenomeni di erosione. Un valore altissimo, che andrebbe probabilmente disperso senza l’impegno quotidiano dei parchi, dal momento che la posidonia è a rischio di estinzione.

Così come molte altre specie che i parchi cercano, generalmente con successo, di salvare dalla definitiva scomparsa, non solo attraverso la protezione dell’habitat, ma anche grazie all’attuazione di programmi di ripopolamento e reintroduzione e, in molti casi, a complesse operazioni di comunicazione ed informazione. In grado talvolta di sfatare luoghi comuni secolari e di cambiare l’atteggiamento di intere comunità nei confronti di specie storicamente considerate dannose o addirittura pericolose per l’uomo. È il caso, per citare forse l’esempio più noto, dell’orso bruno, che ha visto progressivamente aumentare la sua popolazione sull’Appennino centrale (Ursus arctos marsicanus, orso bruno marsicano) e più di recente anche sulle Alpi orientali (Ursus arctos, orso bruno) grazie soprattutto all’attività di conservazione condotta dalle aree protette presenti nei territori interessati (Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise; Parco Naturale Adamello Brenta; Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi). Attraverso interventi di sorveglianza, protezione e recupero dell’habitat e talvolta di trasferimento di esemplari provenienti da altri territori, ma anche grazie ad iniziative di educazione ambientale, a campagne mediatiche e al dialogo ininterrotto con allevatori, agricoltori e operatori turistici, non solo l’orso è ricomparso (o tornato a livelli demografici meno allarmanti) sulle nostre montagne, ma è tornato ad essere, nelle varianti specifiche per i diversi territori, un simbolo e un potente attrattore turistico per le comunità che convivono con lui. Una storia simile a quella del lupo appenninico (Canis lupus italicus), presente in numero crescente nei boschi del parchi nazionali della Majella e del Pollino (ma avvistato recentemente, anche nel Parco del Gran Paradiso e addirittura in Svizzera e in Francia).

Ma, al di là dei grandi mammiferi, il campionario di buone pratiche dei parchi in materia di conservazione della biodiversità è ricchissimo, e davvero tanti sono gli esempi possibili. Come la reintroduzione in Toscana del falco pescatore (Pandion haliaetus), estinto in Italia da oltre 40 anni, avviata del Parco Regionale della Maremma in collaborazione col Parco Regionale della Corsica. A partire dal 2002, i ricercatori hanno iniziato a rafforzare la presenza del rapace sulle coste dell’isola francese, attraverso l’installazione di sagome e nidi artificiali, e a prelevare dai nidi occupati i pulli terzogeniti, generalmente destinati a soccombere a beneficio dei primi due nati. Nel 2005 è poi iniziata la fase di trasferimento di alcuni esemplari in Maremma, che dovrebbe portare, nel giro di diversi anni, al ritorno di una popolazione nidificante stabile nel nostro paese. Grazie a un progetto Life, invece, il Parco Regionale dei Nebrodi, in Sicilia, ha dato il via, nel 2001, a un programma di conservazione dell’abete dei Nebrodi (Abies nebrodensis), una specie endemica fortemente minacciata di estinzione (all’inizio degli anni ’90 se ne contavano appena trenta esemplari superstiti in natura). Grazie a un altro finanziamento europeo, il Parco Regionale veneto del Delta del Po ha realizzato un progetto per l’incremento dello storione adriatico (Acipenser naccarii), una specie endemica che ha subito una forte rarefazione negli ultimi anni. Oltre a consentire di studiare le cause del diradamento, il progetto ha permesso il rilascio di 30mila avannotti in dieci diversi corsi d’acqua.

In materia di conservazione della natura, dunque, i parchi rappresentano la principale autorità a livello internazionale. Per questo, avranno un ruolo di primaria importanza nelle celebrazioni dell’Anno internazionale delle biodiversità (International year of biodiversity), il 2010, proclamato dalle Nazioni Unite per sensibilizzare i governi e l’opinione pubblica sul tema della perdita di diversità biologica e per rilanciare gli obiettivi della Cbd e del Countdown 2010 (campagna di comunicazione globale per contribuire ad arrestare le estinzioni). Al ruolo delle aree protette, e al tema più generale dell’Anno internazionale della biodiversità, sarà dedicato il convegno in programma il prossimo 29 gennaio a Bari, nell’ambito della sesta edizione di Mediterre, manifestazione di cultura ambientale promossa dalla Regione Puglia in collaborazione con Federparchi. Il convegno, a cui parteciperanno esperti nazionali e internazionali in materia di conservazione della natura e di biodiversità, oltre ad amministratori e tecnici di aree protette, sarà seguito da un workshop sulla conservazione della foca monaca.

Approfondimenti:

PDF Documento della Wcpa (Commissione mondiale sulla aree protette della Iucn): Protected Areas: Benefits Beyond Boundaries (Aree protette: i benefici oltre i confini).

PDF Pubblicazione Enea: Biodiversità. Risorse per lo sviluppo.

Indice generale delle pubblicazioni della Cbd.

PDF Documento del Corpo Forestale dello Stato su Riserve naturali e biodiversità.

Pagina della Commissione Europea dedicata al valore economico degli ecosistemi e della biodiversità (Economics of Ecosystems and Biodiversity).

Fonte: Federparchi