I pini e le querce di Acatti ed Afreni. Tra i titani d’Aspromonte.

Una fresca domenica d’autunno, primo mattino. Percorriamo in auto la lunga e tortuosa strada asfaltata che, poco prima di Gambiare (per chi proviene da Bagaladi), sale verso il Montalto (m. 1950), massima elevazione dell’Aspromonte. L’ombra misteriosa della faggeta si alterna alla luce radente del sole che inonda la tavolozza policroma del bosco in veste autunnale: arancioni i faggi, giallo scuro le querce, scarlatti gli aceri, neri gli abeti, giallo tenero i pioppi tremuli, verdi i pini.

Aspromonte. Acatti. Ph F. Bevilacqua

Sfilano dinanzi a noi i bivi più importanti, quelli che usiamo solitamente per le nostre escursioni in zona: per la valle del Menta-Amendolea e le Cascate Maesano; per il crinale di Pesdavoli e le gole del San Leo; per il casello forestale di Canovai, le cascate del Ferraina e quelle dell’Aposcipo. Fino al trivio centrale sotto la vetta del Montalto (a destra un sentiero sale in breve sulla cima; a sinistra la strada asfaltata porta a San Luca). Noi procediamo dritti, cominciando a scendere sul versante opposto. Da ambo i lati della strada si spalancano vedute grandiose e colori da fiaba. Non possiamo fare a meno di fermarci ripetutamente, scendere dall’auto, ammirare, fotografare, filmare questi paesaggi indescrivibili. Nessun aggeggio tecnologico sarà mai in grado di riprodurre lo spettacolo che una visione di questo genere imprime sulla retina dell’occhio umano e l’incanto che dalla retina si trasmette alla mente e all’anima. Eppure non tutti i “vedenti” sono automaticamente capaci di percepire tanta bellezza. Recita un anonimo aforisma: “Pur se percorriamo tutto il mondo alla ricerca della bellezza, dobbiamo portarla con noi o non la troveremo mai”.
Incontriamo pochissime auto. E’ ancora troppo presto. Pur essendo questa una strada molto frequentata, di domenica, dalle persone che si recano a Polsi, e, in questo periodo dell’anno, dalla gente che cerca funghi. Ho descritto la “metafisica del fungaro calabro” in un mio libro. Dirò, qui, solo che in Calabria, nelle settimane autunnali in cui spuntano i funghi più famosi, le nostre montagne si animano di un vero e proprio esercito di raccoglitori: micologi certi di compiere un gesto scientifico-filosofico; professionisti che hanno le loro fungaie segrete; dilettanti di vario genere, dai “rambo” con mimetiche, anfibi e coltelloni per difendersi da chissà chi, alle famiglie in tuta, scarpe da tennis, buste di plastica o secchi da imbianchino che raspano la lettiera del bosco senza speranza.
Per fortuna, a quest’ora la stragrande maggioranza dei fungari dorme sonni beati ed a noi è concesso ammirare in silenzio questo spettacolo senza tempo: in fondo la dorsale di Puntone L’Albara, Monte Cannavi, Monte Scoda e Monte Misafumera che si allunga verso nord; più vicini a noi i burroni precipiti separati da creste rocciose sfasciate ed alpestri, sulle quali svettano, come in un originale ricamo arboreo, pini, querce, abeti giganteschi. Ho sempre pensato che le forme dell’alto Aspromonte orientale ricordano certi luoghi delle Ande.
Ma la nostra meta pedestre è un luogo ancor più internato, fuori dagli itinerari più battuti. Ci manco da alcuni anni e ne ho forte nostalgia. E’ è uno dei più importanti siti di grandi alberi della Calabria, un vero e proprio scrigno di patriarchi arborei. Un posto dove potresti credere agli “Ent” de “Il signore degli anelli” di Tolkien, i pastori degli alberi, enormi creature a metà strada tra uomini ed alberi che vivevano sulla Terra di Mezzo da prima di ogni altra creatura.
Lasciamo l’auto poche decine di metri prima del casello forestale di Cano, ad uno spiazzo dal quale, sulla destra, parte una stradina a fondo naturale in direzione della pittoresca formazione rocciosa di Pietra Mazzulisà. La rupe pare indicare con precisione il crinale che fa da spartiacque tra le gole della Fiumara Butramo, sulla destra, e quelle della Fiumara Potis, sulla sinistra. Ci incamminiamo lungo la stradina verso il crinale che prosegue al di sotto della rupe, verso una vasta zona segnata sulle carte corografiche dell’Istituto Geografico Militare con gli strani nomi assonanti di Acatti ed Afreni, certamente di origine greca.
Per godere a pieno degli scorci di paesaggio che offre questo itinerario, occorre lasciare la stradina proprio alla radura che sta sotto Pietra Mazzulisà e tenersi costantemente al centro del crinale, sulla linea dello spartiacque, senza lasciarsi scoraggiare dai ripetuti saliscendi. Attraversiamo anche qualche fitto rimboschimento di pini, ma ben presto passiamo accanto ad una avvisaglia di quel che ci aspetta più avanti: due grossi pini artigliano lo spigolo terroso del crinale, con radici che, sul lato destro, sono state scoperte dall’erosione del suolo e somigliano enormi serpenti protesi nel vuoto.
Passati accanto ai resti di un riparo di pastori, sulla sinistra (il classico cerchio di pietre a secco che faceva da base per il cosiddetto “pagliaro” il cui tetto era costituito da un cono di rami di ginestre tenuto insieme da pertiche ed assi di legno), comincia la parte più antica della foresta. Sul crinale stesso compaiono, uno ad uno, pini che raggiungono anche i due metri di diametro a petto d’uomo ed i 30/35 metri di altezza. Siano a che i titani svettano dappertutto, perfino sulle ripidi pendici e sui costoni che scendono lateralmente verso le due gole.
Ci muoviamo silenziosi in questa cattedrale arborea, con la sensazione reale di trovarci di fronte a creature animate, ferme lì da secoli, apparentemente immobili e silenziose, ma che invece usano un linguaggio misterioso per parlare agli uomini. Non so perché, ma ho la sensazione che siano sopravvissuti ai tagli perpetrati ai danni delle ultime foreste primigenie della Calabria, nella prima metà del Novecento, per qualche misterioso legame magico li legava alla sorte della gente che frequentava questi luoghi (Mircea Eliade ne parla espressamente nel suo “Trattato di storia delle religioni”). Alcuni sono scavati dalle accette dei pastori che un tempo prelevavano dal cuore del tronco, pezzi di legno resinoso (le tede) da usare come esche nei camini. Appartengono alla specie Pino laricio (Pinus nigra laricio sottospecie calabrica), il pino tipico ed autoctono proprio della Sila e dell’Aspromonte. Ne esistono di queste dimensioni in pochi altri posti della Calabria, ma in genere isolati nella foresta, oppure raccolti in piccole comunità come nella celebre riserva naturale dei Giganti della Sila a Fallistro. Ma in quel caso si tratta di un gruppo di una quarantina di piante isolato, tra i campi coltivati, in una zona fortemente antropizzata. Mentre qui siamo di fronte a centinaia di alberi giganteschi (difficile stimare il loro numero, ma io ipotizzo tra 500 e 1000 esemplari considerando l’intero crinale ed anche i costoni laterali) che fanno di questo luogo un vero e proprio regno dei di titani. Per molto tempo ci aggiriamo in lungo e in largo sul crinale anche alla ricerca di un gruppo di roveri, una delle quali misurava, in occasione della mia ultima visita, nove metri di circonferenza! Ecco le querce. C’è anche quella che misurai, ma è oramai secca, schiantata dai secoli. La riconosco per un particolare del tronco. Ma poco più in là eccone altre, nascoste nel bosco, altrettanto grandi e ben vive.
Sulla via del ritorno non posso fare a meno di cercare il costone che scende verso la forra della Butramo dove ricordo di aver visto gli alberi più grandi. Ritrovo anche quelli: immensi, protesi in posizioni e forme impossibili, le chiome dal verde inconfondibile ce si stagliano sul biancore delle rupi ed il buio del canyon, da quale risale, inquietante, il suono del fluire dell’acqua tra i massi.

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