Il crinale della Manfriana nella sua sfolgorante bellezza

Lo vedo. Dall’autostrada, viaggiando verso nord. Quando l’imponente bastionata montuosa del Pollino si delinea, nella semi oscurità che precede l’alba. I raggi radenti del sole, che emergono dal Jonio, lo inondano come una polvere d’oro. Immagine omerica. Contemplo il rosa che trascolora nel giallo.
Poi il giallo che si dissolve nel bianco. Sino all’apparire d’una gelida lama di neve, tempestata di diamanti. Il crinale della Manfriana ci si presenta così, in tutta la sua sfolgorante bellezza, il mattino dell’antivigilia di Natale.

Pollino. Crinale Manfriana. Ph F. Bevilacqua

Seguo con lo sguardo l’erta che lo raggiunge dal Colle della Scala (m. 1286), a cavallo tra i territori di Civita e Frascineto. E poi, volgendomi verso ovest, il lungo allineamento di cime e selle che si susseguono per quasi tre chilometri. Sino al ripido costone finale che raggiunge la cima orientale del Monte Manfriana (m. 1981). Una specie di cavalcata degli angeli, per chi abbia il privilegio di percorrerlo a piedi.
In realtà siamo diretti da tutt’altra parte. Da più di un mese e mezzo non faccio escursioni. Un fastidioso trauma al ginocchio sinistro, dall’incerto decorso, mi ha reso scoraggiato e nervoso. A tutto sono pronto a rinunciare, fuorché all’uso delle gambe. Le mie le ho sempre pensate come indistruttibili, per quanto esili. Ci ho fatto di tutto, in trentadue anni. Le ho sottoposte ad ogni genere di sollecitazione. Dalle cosce alle caviglie sono maculate di lividi, cicatrici, protuberanze. Ogni mattina, riservo loro, dopo la doccia, un trattamento speciale, massaggiandole con olio di mandorle. Non per vanità, come facevano gli antichi, ma per gratitudine. E poi perché mi piace avere quest’occasione quotidiana per soffermarmi su quei segni, ricordo delle mie piccole avventure tra i monti della Calabria. Dunque, il solo pensare che un ginocchio sia arrivato al capolinea, che qualche “guasto” mi impedisca di continuare nella mia “mania” pedestre, mi fa sentire inutile. Allo scopo per cui son nato. Al mio daimon, come dicevano gli antichi greci, e come scrive James Hillman nel suo “Il codice dell’anima”.
La tesi di Hillman parte da due riferimenti, uno antico ed esplicito, l’altro moderno ed implicito. Il primo è all’apologo di Er, un soldato morto e tornato in vita che, ne “La Repubblica” di Platone, racconta di come le anime si scelgono le vite in cui incarnarsi e di come Lachesi, una delle Moire, assegna loro il daimon (oggi diremmo, forse, l’angelo custode), adempitore della sorte prescelta.

Pollino. Crinale Manfriana. Ph F. Bevilacqua

Il secondo è Carl Gustav Jung ed il suo principio di individuazione, secondo cui ciascuno è chiamato ad assecondare la propria missione sulla Terra per vivere degnamente e sentirsi realizzato, pena l’insoddisfazione, la depressione, la follia. Beh, io il mio daimon l’ho trovato da tempo. Mi piace camminare per il “mondo” (il mio mondo, naturalmente, quello delle mie montagne e dei miei paesi) e chiamare i luoghi per nome. Come gli antenati degli aborigeni australiani, secondo il racconto che ne fa Bruce Chatwin ne “Le vie dei canti”. Chiamarli e destarli, così,  dall’oblio del tempo e delle nostre vite troppo omologate, che ci hanno allontanati dai luoghi. Che per questo sono perduti, dimenticati. Non cammino affatto per tenermi in forma. Non lo faccio con lo stesso spirito con cui si fa uno sport. Non competo con nessuno. Non penso, quando lo faccio, ad un gesto atletico. E nemmeno penso ad un dovere sociale, a qualcosa di vagamente etico. Più semplicemente, adempio al daimon che mi è stato assegnato. Lo assecondo docilmente, sacralmente, estaticamente.
Per questo colgo le occasioni. Come quella di stamattina. Avverto i miei quattro compagni di escursione: la meta che avevo scelto salta. Ci andremo un’altra volta. Oggi quella lama di neve emana un richiamo irresistibile. Gli altri si fidano. Non sono mai stati lassù. Sento il dovere di portarli in paradiso.
Si fa giorno, mentre da Civita saliamo verso l’alta valle del Raganello, uno di quei luoghi che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita. Non sto parlando del Canyon del Raganello, pur magnifico, ma della grande testata valliva sulla quale scendono il versante nord del crinale della Manfriana e le imponenti “timpe” (montagne di roccia).

Pollino. Crinale Manfriana. Ph F. Bevilacqua

Al Colle della Scala lasciamo l’auto e cominciamo a risalire lungo la prima erta pietrosa, punteggiata di cespugli di ginepro e giovani cerri. Ogni volta che ci volgiamo indietro, ci abbaglia il riverbero del sole ormai alto sul Jonio. Mentre a sud il panorama abbraccia la Sila, la valle del Crati, la Catena Costiera, sino al gruppo del Reventino Mancuso. Inconfondibile e più vicina, ad est, la mole del Monte Sellaro, dalla forma di basto, noto perché ospita la splendida chiesa rupestre di Santa Maria dell’Armi.
I miei compagni sono estasiati. Dico loro di contenere l’emozione per quando arriveremo sulla prima della serie di cime, quattrocento metri più in alto.
Non appena la raggiungiamo, ci si squaderna il paesaggio a nord. Ora vediamo il vasto bosco della Fagosa, sotto di noi, a destra, spandere la distesa ramata dei faggi verso il fondo valle. Il lungo emiciclo di cime che avvolge la valle del Raganello comprende la Manfriana a nord-ovest e poi, via via, Serra Dolcedorme, Serra delle Ciavole, Serra di Crispo, Timpa della Falconara, l’immensa parete di Timpa di San Lorenzo, che cala a picco sul Raganello, e alle sue spalle il gruppo del Monte Sparviere.
Ma quella che ci lascia basiti, è la bianca linea di cresta, aerea, panoramica, sgombra di vegetazione arborea, che disegna, verso la Manfriana e al di là di essa, tutto il rilievo di questo tratto del massiccio. La neve non è molta. Poco più che una spruzzata. Che però sul filo dello spartiacque è stata accumulata dal vento in piccole “cornici”.

Pollino. Crinale Manfriana. Ph F. Bevilacqua

Ci consente di procedere senza affondare e, soprattutto, senza bisogno di ciaspole e ghette (che non abbiamo portato con noi, visto che eravamo diretti altrove). S’è un paradiso terrestre c’è mai stato, questa visione ne fa parte. E i miei amici lo percepiscono. A giudicare dai loro sguardi, dalle loro esclamazioni di meraviglia. Nonostante le gelide, brevi folate di grecale che ci sferzano.
Procediamo lentamente. Come monaci erranti. Come se stessimo trasferendoci da un monastero all’altro e dovessimo valicare i monti. E pensare che da queste parti, durante il Medioevo, era un pullulare di monasteri e romitaggi. Lungo la cresta sono ancora noti almeno due valichi: il Passo del Principe e il Passo Marcellino Serra. Erano usati da pastori, boscaioli, carbonai, pellegrini (soprattutto quelli che si recavano alla Madonna del Pollino, un famoso santuario montano sito nel comune lucano di San Severino). Procediamo con calma, godendoci ogni istante. Non abbiamo assilli, tantomeno quello della vetta. Due grossi cani maremmani (le cui orme sulla neve ci avevano fatto sperare in un raro avvistamento di lupi) galoppano su una pendice inondata dal sole. C’è una lepre, dinanzi a loro, che se la dà a gambe levate. Siamo in una fiaba di Esopo.
A lungo navighiamo immersi nella bellezza. L’erta finale ci porta in vetta. Incrociamo Salvatore Franco, giovane e valoroso alpinista di Firmo, con un’amica. Fa parte del gruppo del Soccorso Alpino del Club Alpino Italiano stazione del Pollino, guidato da Luca Franzese (che è anche presidente regionale dell’associazione). Giovani in gamba, che coniugano le loro vite lavorative con una grande passione per la montagna e il volontariato nel soccorrere persone in difficoltà (negli ultimi anni gli interventi sono stati davvero tanti).

Pollino. Crinale Manfriana. Ph F. Bevilacqua

Poi restiamo soli, in silenzio a volgerci intorno, trasecolati. La bellezza si è fusa con le nostre menti, con i nostri cuori. E si è fatta storia, mistero.
Sparsi sulla cime grossi blocchi squadrati di pietra locale. Da sempre un enigma: resti di una costruzione antica a quasi duemila metri di quota! Che ci fanno lì? Chi ce li ha messi? E a che servivano? Claudio Zicari, presidente del Gruppo Archeologico del Pollino, mi aggiorna telefonicamente sullo stato delle ricerche, avvertendomi, però, che tutto è ancora allo stato di ipotesi da verificare: pare si tratti dei resti di un edificio di cultura greca (se così fosse saremmo di fronte al più alto sito archeologico di questo genere dell’intero bacino del Mediterraneo), che qualcuno iniziò a costruire ma che, per ragioni ignote, sospese; probabilmente aveva funzioni di culto.
La presenza di un tempio o di qualunque altra cosa che rappresenti un omaggio alla divinità, lì, in quel momento, in quella condizione, ci convince che non è per semplice coincidenza che abbiamo risposto ad una sorta di attrazione insondabile, stamane, mentre percorrevamo l’autostrada. Inconsapevolmente disposti in un cerchio magico attorno a rovine vecchie di duemilacinquecento anni, fiottiamo vapore dalle bocche socchiuse per lo stupore. In un silenzio denso, che tra poco sarà di nuovo inghiottito dalla solitudine e dal mistero del luogo.

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