In cammino, alla ricerca di luoghi dimenticati

Aieta e il Monte Calimaro. Memoria e futuro.

E’ vero: in Calabria, una sorta di “fraintendimento sviluppista” ha portato alla cancellazione della memoria, all’abiura del passato.

Come se memoria e passato fossero un cancro da combattere con colate di cemento e distese di asfalto. Quaggiù, in questa estrema propaggine del vecchio continente, che si prolunga, come una virgola nocchieruta, verso il cuore del Mediterraneo, il sentimento della memoria pare non trovare più cittadinanza.

Schiena S. Domenica

Salvo che per qualche immagine retorica, per qualche slogan melodrammatico, per nuove forme di rivendicazione pseudo-meridionaliste, uguali e contrarie a quelle evocate dalla Lega nel Nord Italia. Certo, occorre stare attenti a non confondere le “radici” con le “catene”, ossia a non abbarbicarci ad un passato che non può tornare e ad una identità che è ormai ibrida, plurale, forse indefinibile. Si sa, la globalizzazione cancella le diversità, omologa i comportamenti. Ma, come scrive Jonathan Sacks in un suo libro, vi è una “dignità della differenza” che non deve estinguersi, che è ricchezza ed invito al dialogo e non invece miseria e voglia di esclusione. E da questa ricchezza dialogante occorre partire per curare quell’amnesia dei luoghi che ha colpito, come un’epidemia, i calabresi. Da qui nasce il mio girovagare a piedi in Calabria ed il desiderio di raccontare l’ignoto o il non più noto della nostra regione.
Oggi è la volta di un territorio, di un paese, di una montagna liminari, che sono luoghi di confine – e non solo in senso geografico – all’estremo nord-ovest della Calabria.
Giornata di inizio estate. Aria immobile. Sin dai primi passi lungo il contrafforte di Schiena di S. Domenica avvertiamo l’insidia del caldo torrido. Anche se siamo abituati a qualunque condizione atmosferica. Abbiamo scelto un percorso a quota non elevata per completare un’esplorazione che, in una precedente occasione, un contrattempo ci obbligò a sospendere. Ci inerpichiamo lungo un sentiero che qualcuno ha segnato. Volgendoci indietro, scorgiamo un panorama che ci commuove: groppe ondulate di contrafforti montuosi scendono dai gruppi del Monte Ciagola e del Monte Serramale (ultime propaggini nord-occidentali dei cosiddetti Monti dell’Orsomarso o Dorsale del Cozzo del Pellegrino, in gran parte compresi nel Parco Nazionale del Pollino) verso la costa tirrenica, tra Praia e Maratea, al confine calabro-lucano. Il mare si confonde col cielo nell’afa estiva. I rumori, l’affollamento delle turbe di vacanzieri discesi a conquistare il litorale sono lontani e da quassù si fa fatica a pensare al brulichio della SS18, dei lidi, delle seconde case, dei tanti locali dai nomi esotici che vivono un’esistenza effimera, per non più di un mese l’anno.

Aieta e l’antico Ponte del Mulino

Di fronte a noi, invece, il borgo di Aieta (il nome viene dal greco e significa “aquila”) artiglia una rupe, a 500 metri di altezza, dominato dal Palazzo Cosentini. Recentemente restaurato, costruito nella prima metà del secolo XVI, Palazzo Cosentini è considerato il più bell’esempio di architettura rinascimentale sopravvissuto in Calabria. Aieta è uno dei borghi più suggestivi della Calabria. Sicuramente uno tra i meno noti, anche se la sua vicinanza alla costa (si raggiunge in appena 15 minuti d’auto da Praia) consente a chiunque di visitarlo con facilità. Il suo fascino è dato dall’essere stato in buona parte risparmiato da manomissioni, ma anche dalla sua posizione e dallo scenario che lo circonda. Aieta, come molti altri paesi della Calabria interna, si è gradualmente spopolato a causa dell’emigrazione e del trasferimento di una buona parte degli abitanti sulla costa. Vi risiedono soprattutto anziani. Le antiche pratiche agro-silvo-pastorali stanno gradualmente scomparendo. E tuttavia nel paese è sorto un albergo ristorante realizzato proprio nelle vecchie case disabitate. E nella campagna circostante alcune masserie semidirute sono state trasformate in agriturismi.
A destra, oltre la valle del Fiumicello, si intravede Tortora. Mentre a sinistra si innalza la linea dei rilievi glabri e pietrosi del gruppo del Monte Ciagola.

Dalla vetta del Monte Calimaro, il Monte Serramale

Ci innalziamo silenziosamente ai margini di un rimboschimento di pini. Abbiamo dinanzi a noi due cime, il Monte Curatolo (m. 1030, il toponimo viene dal greco è significa “capo dei pastori”, “fattore”) a destra, ed il Monte Calimaro (m. 895, anche il suo toponimo viene dal greco e significa forse “bel giorno”), a sinistra. Benché sappiamo che i segnali vanno verso il primo, noi intendiamo procedere, invece, verso il secondo. Ci attira l’imponente vetta conica, completamente sgombra di vegetazione e perciò eccezionalmente panoramica. E poi c’è la curiosità di scoprire il misterioso sito di Aieta Vetere, l’antico insediamento dal quale la popolazione (un gruppo di asceti bizantini?) si sarebbe trasferita, intorno al X secolo, nell’attuale sito del paese. Abbiamo chiesto a diverse persone del luogo: Aieta Vetere è ormai una memoria mitica. Nessuno sa di cosa effettivamente si tratti (qualcuno accenna ad una grotta, altri a resti di muri) né quale sia l’esatta ubicazione dell’insediamento.
Con in mente il mistero di Aieta Vetere, superiamo la sella e risaliamo il vecchio sentiero scavato dai transiti secolari di carbonai, legnaioli, pastori, contadini e dall’erosione della pioggia. Raggiungiamo un giovane bosco di cerri. Poco dopo ci ritroviamo nell’ombra ristoratrice della faggeta. In breve siamo sulla linea di cresta tra il Curatolo a destra e il Calimaro a sinistra. Pieghiamo a sinistra e percorriamo il bel crinale nel bosco con qualche radura trapunta di felci.

Monte Calimaro. Giglio Rosso nella faggeta

Quando siamo alla base dell’ultima erta per la cima del Calimaro, tagliamo a destra lungo una labile pista, in cerca della grotta. Ma una frana ci impedisce di passare. Per cui siamo costretti a risalire lungo una scomoda e ripida pendice sino alla cima. Ansimanti, sudati, sbuchiamo improvvisamente nel sole bruciante del mattino. Appena gli occhi si abituano alla luce, compare un panorama a 360 gradi. A parte il Tirreno in lontananza, siamo circondati dalle montagne di Tortora e Aieta, dal Monte La Cocuzzata sino al Monte Ciagola, passando per Monte Serramale, per Monte Gada e per Serra Ciranteio. In lontananza si scorge anche l’inconfondibile mole del lucano Monte Sirino.
Siamo avvolti da un silenzio spettrale, quello della controra, di cui raccontano intimoriti i vecchi contadini, l’ora panica (tra mezzogiorno e le quattordici), in cui si può essere assaliti dalla follia o rapiti dagli spiriti. Tra i massi rinveniamo pezzi di laterizi, segno che quassù devono esserci state delle costruzioni. Ma oltre a questi indizi nient’altro testimonia che si tratti davvero del sito di Aieta Vetere.
Stremati per il caldo, rientriamo per la stessa via e a Massadita, una contrada di Aieta, chiediamo informazioni presso un agriturismo da poco aperto. Aieta Vetere non sarebbe un punto preciso ma tutta l’area attorno al Calimaro. E sul versante nord dello stesso, dove non siamo riusciti a transitare, confermano che vi è davvero una grotta.
Passando sotto l’abitato di Aieta, osserviamo una scena che pare uscita dalle favole: un’anziana contadina rientra dai campi sulla groppa di un asino dal mantello grigio chiaro. Ci lancia uno sguardo preoccupato, come se non si spiegasse le intenzioni di questi quattro cittadini un po’ matti con zaini e bastoncini da sci. Non ho la sfrontatezza di chiederle di poterla fotografare. Si allontana imboccando un sentiero laterale, verso il mistero della sua vita fatta di gesti lenti, di cose essenziali, di riti antichi. Mi viene in mente quel che scriveva Corrado Alvaro nel 1930: “E’ una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarne, chi ci è nato, il maggior numero di memorie”. Ad Aieta è possibile, ancora per poco, osservare la civiltà che Alvaro dava per spacciata ottant’anni fa.

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