Lampedusainfestival

Continuano le interviste a realtà e associazioni che si occupano di turismo responsabile e sostenibilità in collaborazione con gli studenti del Corso di Alta Formazione in Marketing e Comunicazione dei Consumi Sostenibili, promosso da Ces.Co.ComUniversità di Bologna.

Oggi siamo in compagnia del collettivo Askavusa, organizzatori del Lampedusainfestival.

Askavusa è un’associazione culturale con sede a Lampedusa e fondata nel Marzo del 2009, in seguito alle dimostrazioni contro la creazione di un Centro d’Identificazione e Espulsione (C.I.E.) sull’isola. L’associazione nasce con il proposito di promuovere e gestire attività socio-culturali e ricreative rivolte allo sviluppo della comunità. Askavusa ha lo scopo di promuovere l’antirazzismo, facendo propri i valori della solidarietà e rispetto, favorendo il multiculturalismo e contribuendo alla crescita culturale e civile della comunità.

1. Da dove nasce l’esigenza di creare un festival di questo tipo? 

Il Lampedusainfestival è prima di tutto un festival di incontri e nasce proprio da alcuni incontri: quello fatto con Alfonso Di Stefano, della rete antirazzista catanese e attivista su molti fronti, durante una manifestazione a Lampedusa, se non ricordo male nel 2005, poi l’incontro con Chiara Sasso valsusina, organizzatrice del Valsusafilmfest, scrittrice e una delle fondatrice della RECOSOL. Nel 2009 Askavusa appena costituita viene contatta dalla RECOSOL che ci propone di organizzare un festival cinematografico per parlare di immigrazione. Il 2009 è stato un anno intenso dove sono nate molte cose, tutte per una esigenza politica e di controinformazione, noi abbiamo deciso di usare la cultura come mezzo politico, non solo il cinema, ma anche la musica, la letteratura e tutte quelle forme che potessero avvicinare più persone possibili a tematiche che spesso vengono trattate in maniera superficiale e usate dal potere per  i propri fini. Gli incontri sono poi continuati e continuano, con Dagmawi Yimer , con Fabrizio Fasulo, Gianpiero Caldarella, Luca Vullo, con l’AMM (Archivio delle memorie migranti) con le BSA, l’ARCI, riviste speciali come Succo Acido che è uno dei nostri Media partner, con il canale Youtube Libera Espressione con la web agency EGlob e tante altre persone e associazioni che ci vorrebbe tanto spazio per scriverle tutte.

Quindi direi che l’esigenza per cui nasce il Lampedusainfestival è quella di dare delle chiavi di lettura e delle prospettive nuove attraveso l’incontro e la discussione, ovviamente noi come associazione abbiamo una nostra idea sulle cose e il fatto di organizzare il festival insieme ad altre realtà ci fa crescere, il confronto con gli altri aiuta molto, anche a solidificare le proprie posizioni. Un altra esigenza è stata la solitudine che sentivamo, sentivamo il bisogno di raccontare quello che stava accadendo a Lampedusa come lo vedevamo noi, perche quello che vedevamo in tv o leggevamo nei giornali era palesemente manipolato, questo ci ha permesso nel tempo di potere fare uscire da Lampedusa nei momenti più difficili come nel 2011 delle voci fuori dal coro. Ma le esigenze si trasformano: oggi per Askavusa l’esigenza è risalire dall’immigrazione, che riteniamo un effetto, alle cause che la generano: imperialismo, sfruttamento dei territori da parte delle multinazionali, ingerenze nelle politiche internazionali da parte di poteri forti etc. Oggi è questa la nostra esigenza rispetto al festival, avere due prospettive politiche: una locale ed una internazionale.

2. I festival per voi sono motori di cultura per la società? Attraverso un festival si può sensibilizzare l’opinione pubblica su determinate tematiche? 

Sì anche se bisogna trovare nuove formule, specialmente di gestione e organizzazione. Una cosa su cui ci siamo spesso fermati a riflettere è l’organizzazione, “la macchina”: abbiamo fatto l’esperienza con un direttore artistico ma a noi non è andata bene. Crediamo che organizzare un festival sia un momento di pratica politica, crediamo nell’orizzontalità, anche se complica le cose spesso, ma ci fa stare bene tutti, le cose belle e brutte si condividono insieme, non c’è nessuno che ha più merito di un altro, le cose si fanno ognuno con il tempo, la forza e la competenza che può mettere, ma si fanno per una causa comune, senza fare prevalere una figura piuttosto che un altra e la cosa bella è che siamo tutti volontari, sia il nucleo lampedusano, che quello che è sparso in giro per l’Italia e il mondo: Firenze, Roma, Palermo, Napoli, Rio, Londra, Berlino, Bruxelles etc.

I festival sono dei motori di cultura se chi organizza un festival si pone come critico nei confronti di ciò che sta facendo, se è solo organizzare uno spettacolo , la cosa non ci interessa e crediamo sia, dal punto di vista culturale, una operazione banale che non è utile. Crediamo si possa sensibilizzare l’opinione pubblica, ma questo avviene solo con il tempo e la costanza. Il modo con cui viene realizzato il festival spesso è più importante dei contenuti. A volte lo stesso film viene  proiettato da festival diversi, ma se si proietta un film sulle migrazioni, in una sala dove non c’è un migrante o se in un concorso cinematografico sulle migrazioni, a giudicare i film ci sono solo “Esperti” senza nessun migrante, capisci che c’è una grossa differenza, questo fa molto nel risultato. Chi guarda un film, guarda anche cosa c’è di contorno al film o ad un’altra forma di espressione. Altro esempio se uno fa un festival musicale sull’integrazione, sul Mediterraneo, su Lampedusa e non invita nessun cantante africano a cantare sul palco, capisci che il livello di sensibilizzazione resta molto basso.

3. Un festival può essere un mezzo per alimentare l’economia locale/nazionale, creando posti di lavoro? 

Sì, assolutamente. Anche se noi riteniamo la questione economica di secondaria importanza, nel tempo abbiamo visto come il festival riesca ad essere un volano per l’economia. Lampedusa è una delle isole più belle del mondo, il turismo è ormai la prima fonte per l’economia locale, ma purtroppo il turismo a Lampedusa ha avuto un percorso disordinato che spesso ha significato sfruttamento del territorio ed omologazione, non si ha ancora una immagine chiara di ciò che è Lampedusa e aggiungerei anche di Linosa che è assolutamente complementare ed è una grossa risorsa sotto tutti i punti di vista. Stiamo cercando di promuovere un tipo di turismo diverso, ma questo non ha senso se non ci sono proposte diverse fatte da chi con il turismo fa impresa, bisognerebbe attuare una politica comune per quanto riguarda il turismo, tracciare una strada comune, ma questo fino ad oggi è risultato impossibile ed anche le istituzioni non hanno fatto niente perché questo accadesse: la questione dei trasporti ad esempio è sempre restata irrisolta. Noi stiamo cercando di dare degli esempi, il primo è che il guadagno non è necessariamente in soldi, ma può essere in amicizia, in crescita culturale, in scambi artistici, in forza lavoro, etc. Nella questione economica aggiungerei anche un altro punto fondamentale: bisogna promuovere il lavoro regolare. Purtroppo a Lampedusa c’è molto lavoro  che resta sommerso, orari di lavoro estenuanti e nessun diritto riconosciuto. Avere i diritti riconosciuti per i lavoratori stagionali sarebbe un grandissimo guadagno per tutti e un segno di cambiamento. Nel nostro caso creiamo attenzione sull’isola in un momento che di solito è di bassa stagione e ci sforziamo di lavorare con i locali: tipografia, catering, etc. Ma la volontà dell’associazione Askavusa è che il festival rimanga fatto da volontari.

4. In un momento di crisi economica come quello attuale, come riuscite a raccogliere i fondi per la realizzazione del festival? 

Per noi è stato sempre molto difficile avere dei fondi, quando abbiamo cominciato eravamo scomodi a tutti. Negli anni abbiamo avuto sempre più attenzione e qualcosa è cambiato. Di solito i fondi arrivano da altre associazioni, da donazioni e da alcune attività locali, qualcosa è arrivata dall’assemblea regionale siciliana. Quest’anno stiamo provando ad avere un finanziamento regionale e  a costruire un rapporto con l’amministrazione comunale che si sta mostrando interessata al festival ed ai suoi contenuti.

Abbiamo anche riflettuto molto su quali soldi accettare, l’anno scorso il festival ha avuto (non direttamente noi) un finanziamento dalla fondazione Soros, quando abbiamo realizzato e elaborato, abbiamo deciso che quel tipo di fondi non li acceteremo più.

5. Quanto conta la comunicazione online attraverso i social network per promuovere i vostri eventi? 

Conta molto non solo per la promozione ma anche per l’organizzazione, visto che facciamo tante riunioni online. Il nostro sito è molto visitato e cerchiamo di promuovere tutte le iniziative che facciamo attraverso i canali che offre la rete. Quest’anno abbiamo fatto diverse presentazioni del festival, in giro per l’Italia e l’Europa, la rete è stata fondamentale per organizzare e promuovere queste iniziative.

6. Perché avete scelto di gemellarvi con IT.A.CA’? 

Perchè crediamo nella costruzione di una alternativa attraverso la conoscenza reciproca, il gemellaggio con le realtà che ci appaiono vicine al nostro modo di vedere le cose. Facciamo parte di una rete di festival che si chiama Rete del caffe sospeso e siamo attenti a ciò che accade in termini di produzioni culturali. Il prossimo passo, spero, sia l’incontro dal vivo che è insostituibile per conoscersi e costruire insieme e poi abbiamo nei nostri loghi, entrambi i piedi scalzi, Askavusa infatti significa “Scalzi”.

7. Una foto che meglio vi rappresenti.

La giuria dell’anno scorso composta tutta da migranti. La foto è di Alessia Capasso.

Blog IT.A.CÀ
Gli studenti del CAF

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