Nella Valle del Raganello l’essenza identitaria del Mediterraneo. La felicità come oikofilia…

“Per una coscienza moderna, un atto fisiologico, l’alimentazione, la sessualità etc., non è nient’altro che un processo organico, qualsiasi siano i tabù che ancora lo ostacolano (regole di buona educazione a tavola, limiti imposti al comportamento sessuale dai “buoni costumi”). Ma per i primitivi un tale atto non è mai soltanto fisiologico; esso è, o può diventare, un sacramento, una comunione col sacro”

 L'alta valle del Raganello, con la Timpa di S. Lorenzo. Foto F. Bevilacqua

L’alta valle del Raganello, con la Timpa di S. Lorenzo. Foto F. Bevilacqua

Quando leggo i messaggi e vedo le foto che Stefania Emmanuele, di Civita, lancia giornalmente sui social network, mi vengono in mente queste parole. Cito da Mircea Eliade, il grande storico delle religioni romeno, “Il sacro e il profano”. Non conosco la storia personale di Stefania. Pur avendo imparato a stimarla ed a volerle bene, non ho mai sentito il bisogno di chiederle del suo passato, di sapere di più della sua vita. Mi basta il suo essere nel presente di un paese, Civita, che, trent’anni fa era uno dei tanti “non più luoghi” dell’Italia interna, abitato da sopravvissuti all’esodo, ripiegato su se stesso, e che oggi è divenuto, per me, il luogo simbolo di quelle che io chiamo “cliniche dei risvegli”, le rinascite.
So che Stefania faceva tutt’altro nella vita, prima. Che stava da un’altra parte, in una grande città credo. E che poi, improvvisamente, ha deciso di tornare a Civita. Il paese della sua famiglia. La patria, nel senso che a questo termine dava Ernesto De Martino. Vi ha realizzato un piccolo Bed & Breakfast, che ha chiamato “Il comignolo di Sofia”. Lo ha riempito di mobili, cose, oggetti, reliquie. Che trasudano storia. Lo gestisce come si trattasse di una casa di accoglienza. Un posto dove l’ospite è sacro. Dove ogni gesto, dalla colazione, al sedersi intorno ad un tavolo, al discorrere, al creare un’atmosfera, al programmare la giornata, è un rito. Per questo il brano di Mircea Eliade. Per questo la vita quotidiana che ritorna ad essere ierofania pura, manifestazione del sacro.
Fine luglio. Stefania ha organizzato un incontro a Civita, nel tardo pomeriggio. Siccome è una creativa naturale, non ha pensato al solito trito e ritrito “Aree interne e sviluppo sostenibile”, cui mi ha ormai abituato la convegnistica calabra degli ultimi anni. Parleremo, più semplicemente, di “Felicità e dintorni”. Ci sarà con noi anche Nello Serra, di Acri, una laurea in filosofia gettata nel cassetto, ed una casa di accoglienza per gente disagiata, con laboratori artigianali e campi coltivati, che gestisce da anni. Sarà di domenica, per me il giorno designato alla mia “messa” settimanale, l’escursione.

Pini loricati su Serretta della Porticella. Sullo sfondo Serra delle Ciavole. Foto F. Bevilacqua

Pini loricati su Serretta della Porticella. Sullo sfondo Serra delle Ciavole. Foto F. Bevilacqua

Mi ritrovo pienamente nel pensiero gel grande alpinista russo Anatolij Boukreev: “Le montagne non sono stadi dove placo la mia ambizione al successo. Sono le cattedrali dove pratico la mia religione.” E poiché è la religione, il senso del sacro per l’appunto, che dà senso alla mia vita, per me è essenziale tenere fede all’appuntamento domenicale con le mie cattedrali.
Allora dico a Stefania che ci sarò. E che, benché mi costi tanto stare lontano dalla mia casa e dalla mia famiglia dal mattino presto sino a notte fonda, quel giorno, quella domenica, farò entrambe le cose: sarò in escursione tra le montagne del Pollino durante il giorno e parteciperò all’incontro di Civita alla sera.
“Dove camminerai?” è la domanda. “Da Colle Marcione cercherò di raggiungere Serra Dolcedorme” è la risposta. Quando due persone sentono le stesse cose non c’è bisogno di dirsi altro: l’escursione è inserita immediatamente nel programma della giornata, con il titolo “Camminata felicitante”.
E il giorno programmato arriva. I miei orari troppo mattutini, le mie regole, i miei riti propiziatori, le avvertenze non proprio rassicuranti (otto ore di cammino, ricambi asciutti da lasciare in macchina, nessuna protesta se si fatica, necessaria esperienza escursionistica) riduce il gruppo ad otto persone, alcune delle quali a me del tutto sconosciute. Mi hanno raggiunto telefonicamente o via Facebook. Il mio lato razionale ha il sopravvento. Poiché non conosco il grado di esperienza di quelli che saranno i miei compagni, opto per un programma meno faticoso e più “felicitante”, per l’appunto. Proseguiremo con le macchine lungo la strada di Colle Marcione verso la Falconara, fin dove possibile (la strada è tanto malmessa) e saliremo alla Grande Porta del Pollino via Casino Toscano. Sarà tutto più facile e breve. E raggiungeremo la zona dei pini loricati che, per chi non è mai stato sul Pollino (ed alcuni dei miei ospiti non ci sono mai stati), è sempre un impatto decisivo.
Ci ritroviamo tutti al mattino presto e saliamo in montagna con le auto.

L'alta valle del Raganello, con la Timpa della Falconara. Foto F. Bevilacqua

L’alta valle del Raganello, con la Timpa della Falconara. Foto F. Bevilacqua

Dopo Colle Marcione si squaderna dinanzi a noi il grande imbuto orografico dell’alta valle del Raganello uno dei luoghi più belli, identitari ed arcaici delle montagne mediterranee. D’estate poi, i suoi colori diafani, il grigio delle rocce, il giallo dei campi, il marrone della terra, l’azzurro del cielo, sono l’essenza stessa del Sud. Sono quello che colpisce la gente del Nord che viene quaggiù, se le è rimasto, nel fondo dell’animo, un anelito alla luce. Perché la luce del Sud, la luminosa trasparenza dei paesaggi del Mediterraneo, per quanto possa trattarsi di montagne, per quanto si possa giungervi d’inverno, sono inarrivabili, inconcepibili, inauditi. Ogni momento del giorno ha il suo fascino. Il mattino presto, con il sole che fa capolino a oriente e inonda le cime dei monti. Alla controra, l’ora panica, il mezzogiorno, quando la luce cade a picco su uomini e luoghi e la malia è pronta a rapirti. Al pomeriggio, quando l’occidente irradia raggi dorati che dipingono colori favolosi, sino ai tenui gialli, rosa e pervinca del tramonto. Così è per questa valle. Che resterà una delle mia cattedrali preferite. Dove mi basta l’omelia del silenzio e farmi ritrovare l’armonia del Cosmo.
Il gruppo è molto eterogeneo. “Passeggiata felicitante”, hanno letto su Internet. E tutti hanno una gran voglia di diventare felici, almeno per un po’. Forse mi vedono come uno sciamano. Che ha preparato chissà quale intruglio con erbe selvatiche dai poteri magici. O che magari proporrà loro di ingollare funghi allucinogeni del Pollino. Non può trattarsi di una pura e semplice escursione. Fingo noncuranza. Ma sono in tensione. Perché un po’ sciamano devo essere. E quando porto gruppi di persone in giro ho sempre timore che ci sia il solito protestatario o quello che non si sente soddisfatto o il polemico di turno.
La giornata è bella. Non proprio calda. Attraversiamo tutta la zona bassa. Ecco l’ecomostro di Rovitti (una strana casa in muratura mai completata ed ormai mezza scoppiata per il gelo e le intemperie), che non ho mai capito cosa potesse servire quassù e che qualcuno, prima o poi dovrebbe abbattere.

Pini loricati su Serretta della Porticella. Foto F. Bevilacqua

Pini loricati su Serretta della Porticella. Foto F. Bevilacqua

Ecco poi la bella costruzione storica di Casino Toscano, semidiruta, abbandonata, che qualcuno, invece, dovrebbe restaurare. Messe insieme rappresentano bene le contraddizioni del Sud: la modernità fraintesa da ri-coprire; la memoria obliterata da riscoprire.
Siamo nella faggeta. Camminare in un bosco è sempre un’esperienza mistica. Gli alberi sono uomini che a furia di meditare e di riflettere sono divenuti immobili. O quasi. Un tempo vagavano liberi, ma lenti, sulla Terra. Erano dappertutto. Giganteschi, medi, piccoli, di tutte le età. Discorrevano piano. Sussurravano. Erano un esercito immenso. Apparentemente invincibile. Eppure l’uomo, in poche centinaia d’anni ha avuto ragione di quell’esercito pacifico e inerme. E lo ha sterminato dappertutto. C’è anche chi studia i suoi resti. Ha conseguito lauree e patenti studiando gli alberi. Li chiamano dottori forestali. Ed ha l’ardire di sostenere che i boschi, senza gli uomini, non sopravviverebbero. Da umile ed ignorante innamorato degli alberi li contraddico: sono gli uomini che, senza l’ossigeno, il legno, la forza di contenimento degli alberi, non sopravviverebbero; altrimenti come si spiegherebbe che i boschi esistono da milioni di anni prima dell’uomo e che stavano benissimo anche quando non c’erano ancora forestali, motoseghe, tagli e piani di assestamento.
La lunga salita verso la cresta stanca ma non sfianca i miei ospiti. Giunti sull’orlo della Grande Porta del Pollino, siamo fuori dal bosco. Quasi d’improvviso il paesaggio si riapre. Con sembianze grandiose. Ci accoglie un giardino fiorito di gialle e grandi genziane lutee che si alternano a grigi massi calcarei. E’ il primo impatto con le praterie d’altura. Pian piano, superato l’orlo, s’allarga la visione senza tempo dei Piani di Pollino. Con le più alte cime del “cuore” del parco – come lo chiama il mio amico Giorgio Braschi – tutt’intorno. Osservo gli sguardi basiti degli altri. Lo sciamano che è in me si inorgoglisce. Scatto qualche foto con il telefonino per postare in tempo reale sui social e dare a Stefania notizie sullo stato della “camminata felicitante”.

Campi di grano nell'alta valle del Raganello. Foto F. Bevilacqua

Campi di grano nell’alta valle del Raganello. Foto F. Bevilacqua

Pieghiamo verso Serretta della Porticella. Sulla cresta infuria un maestrale formidabile. Nuvole veleggiano rapide nel cielo. Ho freddo. Attraversiamo la straordinaria formazione rada di colossali pini loricati che alligna quassù. In un punto lo sguardo abbraccia, in un sol colpo, la valle del Raganello, a oriente, e i piani di Pollino a occidente. Ho accanto una giovane donna di cui non ricordo il nome. E’ di Acri ma risiede da molti anni in Toscana. Non era mai stata sul Pollino. Avverto la sua emozione. Rivolgo lo sguardo verso di lei. Ascolto. Ha il viso estatico, che non avverte l’urlo del vento. Dalle sue labbra esce una frase che non dimenticherò: “Ma questo è il più bel posto che abbia mai visto! E’ il luogo più bello della terra”. Non sono più sciamano. Non provo più ansia per la riuscita della passeggiata. Sono solo quel che sono: uno che per trentacinque anni ha vagato per le montagne calabresi e lucane, in cerca di bellezza, certo, ma anche per far sì che quella bellezza si conservasse. Sono un uomo pieno di incertezze e di dubbi, stressato da questa vita frenetica che ci stritola ogni giorno, affranto per la stupidità che dilaga, impotente dinanzi a tutto quel che di negativo accade. Ma che ora, dopo aver udito quelle parole, si sente ripagato di ogni amarezza, di ogni disillusione, di ogni paura.
Osserviamo quegli alberi imponenti. Questi sì, simili agli Ent, i pastori degli alberi de “Il signore degli anelli” di Tolkien. E mi sovviene Herman Hesse: “Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche. Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell’infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le forze vitali ad un’unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi”.

Pini loricati su Serretta della Porticella. Foto F. Bevilacqua

Pini loricati su Serretta della Porticella. Foto F. Bevilacqua

Esattamente la stessa legge che secondo Carl Gustav Jung è in ogni essere umano: realizzare se stesso. Secondo quello che il grande psicoanalista chiama “processo di individuazione”. Che significa saper leggere nel proprio innato codice genetico e comprendere la ragione per cui si è venuti al mondo, qualunque essa sia, assecondarla e, solo così, sfuggire alla depressione, trovare appagamento, essere felice.
Ridiscendiamo lungo la via del ritorno, disturbati, alla fine, da un gruppo di idioti con due puzzolenti fuoristrada, che sono riusciti a salire sin quasi a Casino Toscano. Libero tutti e li lascio scendere a Civita autonomamente. Noi ripariamo sotto un boschetto di cerri, presso una fonte. Sacra agli dei del Pollino. Facciamo abluzioni con l’acqua gelida. Ci cambiamo. Poi, col sole meridiano che inonda la valle, percorriamo lentamente in auto la strada verso Colle Marcione. Con dinanzi una visione senza tempo: l’immensa parete rocciosa di Timpa di San Lorenzo a sinistra; Timpa di Porace, il bosco della Fagosa, il crinale della Manfriana a destra; l’orrido della Gola di Barile al centro; in lontananza la mole del Monte Sellaro. Nel giradischi dell’auto le note di “The great gig in the sky” dei Pink Floyd, con il formidabile, sensualissimo assolo vocale di Clare Torry. Non è un caso. Il pezzo riguarda la paura della morte dell’uomo che non ha vissuto, ossia che non ha realizzato se stesso durante la vita. E’ una situazione onirica.
A Civita, la sera, nella bella piazzetta di questo splendido paese del Sud, racconto del vento continua a sferzarci anche lì, che ci risveglia, che partecipa al nostro confronto e dico che per me la felicità è “oikofilia”: amore per la casa, per la patria come l’intendeva Ernesto De Martino, per le mille patrie di Carlo Levi, per i luoghi che hanno cullato i nostri avi, per le nostre memorie ancestrali. Perché anche i luoghi cercano la loro realizzazione. Esattamente come gli uomini. Non possono essere né divenire ciò che non era scritto dovessero essere.
Stefania sa, perché ascolta il suo paese, che Cività non avrebbe mai potuto divenire un mostro di cemento e di alluminio anodizzato, né una filiale folkloristica di una qualche agenzia di turismo di massa con sede a Milano. Sa, ma anche fa. Come Hesse, come Jung, come Beethoven, come Nietzsche, come i pini loricati di Serretta della Porticella, tenta disperatamente, ma anche felicemente di realizzare se stessa. E, nello stesso tempo, di rendere felice Civita e la sua gente.

FacebookTwitterGoogle+EmailLinkedInPinterest

L’articolo Nella Valle del Raganello l’essenza identitaria del Mediterraneo. La felicità come oikofilia… sembra essere il primo su Calabria On Web.

Autore dell'articolo: TurismoSociale

Lascia un commento