Per un’estetica (ed un’etica) del baratro. La via delle capre su Timpa del Demanio

Stringe gli occhi, Luca. Scruta la macchia fitta. Annusa gli strapiombi. Allerta e nello stesso tempo calmo. Come un selvatico. Cerca. Che lì ci sia un attacco alternativo per la via che oggi vogliamo percorrere glielo hanno solo riferito. Deve trovare dove sta l’attacco. A istinto. L’avevano fatta facile i suoi amici. Ma nulla è facile in un posto come questo: bosco intricato di querce che termina sull’orlo di pareti di roccia a picco, per centinaia di metri, sulla gola fluviale sottostante.

 Veduta del Canyon del Raganello dalla Timpa del Demanio. Foto F. Bevilacqua

Veduta del Canyon del Raganello dalla Timpa del Demanio. Foto F. Bevilacqua

Oggi sono al traino. Mi lascio guidare. Ho imparato, a mie spese, a non fidarmi di nessuno. Ma ci sono persone di cui mi fido. Vittorio, ad esempio, mio più vecchio compagno di esplorazioni pedestri. Poi, ricordo, un anziano di Orsomarso, Francesco, con cui vivemmo una piccola, emozionante avventura nelle gole dell’Argentino. O Rocco, un pastore di Camuti Superiore, in Aspromonte, che mi trascinò in un giro pazzesco sul Monte Pinticudi. Oggi mi fido di Luca. Eppure lo conosco da poco. Abbiamo fatto un’altra sola escursione insieme. In Sila. Un paio di domenica fa. Lì ero io la guida. Giovedì mi ha invitato, con un sms, a fare con lui ed altri una via non facile lungo una cengia su Timpa del Demanio, maestosa parete di roccia che si erge sulla sponda orientale del canyon del Raganello. Di fronte all’abitato di Civita. Anni fa la via fu attrezzata con sicurezze (spezzoni di cavo d’acciaio ancorati alla roccia con fittoni di ferro) nei passaggi più esposti. Una tra le prime vie ferrate della Calabria.
Luca porta il nome dell’evangelista, un mistico. Ma fa l’avvocato, come me: un mestiere che di mistico non ha nulla. Come me ama la montagna. Al punto da dedicarci, come me, tutto il suo tempo libero. Come me non conosce gli stadi di calcio, i centri commerciali, le domeniche consacrate al ristorante di turno. Come me non è un drogato dell’informazione. Come me cerca un afflato con l’anima del mondo. Che in montagna è ancora percepibile. E qui la mistica ritorna. Non la mistica “folle” dei monaci del chiostro. Quella, più semplice, di chi cerca, di chi è in cammino, di chi unisce l’azione alla contemplazione.
Luca D’Alba è più giovane e più forte di me. Ha acquisito esperienza alpinistica. Fa parte della attiva squadra del Soccorso Alpino calabrese (presieduto da un altro avvocato alpinista, anche lui, guarda caso, di nome Luca, Luca Franzese). E’ uno dei più bravi forristi (esploratori di canyon complessi) del Sud. Oggi, domenica di inizio novembre, ha raccolto un gruppo di amici per condurci in questo luogo unico. Ed io ho immediatamente abbandonato ogni altra meta ipotizzata durante la settimana, per cogliere il suo invito. Di lui mi son fidato subito. A istinto.

Uno tratto della cengia lungo la quale si svolge la Via delle capre. Foto F. Bevilacqua

Uno tratto della cengia lungo la quale si svolge la Via delle capre. Foto F. Bevilacqua

Ci vuole un bel po’ perché individui lo stretto passaggio, in una ripida valletta invasa dalla vegetazione che conduce all’imbuto roccioso che immette sulla cengia. Indossiamo gli imbraghi, i caschi, i cordini con i moschettoni (che collegheremo al cavo d’acciaio per proteggerci). Giù per il primo saltino, buio e scivoloso, sotto il quale si atterra sulla cengia. Le cenge sono delle meraviglie geologiche. Camminamenti naturali, piani o lievemente inclinati, che tagliano, come stretti e lunghi terrazzi, le pareti di roccia. Ve ne sono di tutte le dimensioni, da minuscole a grandi. Qui, sulla Timpa del Demanio (come, del resto sulla ancor più imponente Timpa di San Lorenzo), vi sono le cenge più spettacolari del Pollino e forse dell’intero Sud Italia. Molte sono state scoperte da un altro forte arrampicatore, speleologo ed escursionista della zona, Nino La Rocca, e dal suo gruppo. Le dimensioni di questi rilievi di roccia – localmente dette timpe, per l’appunto – sono enormi. Timpa del Demanio è alta 855 metri. La sua parete verticale si prolunga per circa quattro chilometri. Le gole del Raganello, che corrono alla sua base, stanno a circa 300 metri di quota. Dunque, la voragine che si apre sotto di noi è di almeno 500 metri.
Il tempo perso a cercare l’imbocco della via è stato provvidenziale. Ha dato modo al sole di salire nella sua parabola quotidiana e di penetrare nelle gole, inondando la parete, asciugandola dall’umidità che avrebbe reso infido il cammino. Siamo in pieno sole. Il Canyon del Raganello è in pieno sole. L’opposta pendice delle gole è in pieno sole. Giornata luminosa! E, aggiungo, numinosa. Perché da quassù nessuno potrebbe mai pensare che tutto ciò non sia frutto di un mistero sacro. Charles Eastman, un antropologo amerindo, in un suo bel libro (“L’anima dell’indiano”, Adelphi), scrive: “Uomo della natura, l’indiano era intensamente poetico. Avrebbe ritenuto sacrilego costruire una casa per Colui che si poteva incontrare faccia a faccia nelle misteriose, ombrose navate della foresta primordiale, nel seno soleggiato delle praterie vergini, o sulle guglie e i pinnacoli vertiginosi di nuda roccia, e lassù nella volta ingioiellata del cielo notturno!

Un altro scorcio della cengia che taglia la parete di Timpa del Demanio. Foto F. Bevilacqua

Un altro scorcio della cengia che taglia la parete di Timpa del Demanio. Foto F. Bevilacqua

Colui che si riveste di sottili veli di nuvole, là, sul bordo del mondo visibile dove il nostro bisavolo Sole accende il fuoco del suo accampamento notturno, Colui che cavalca il rigido vento del Nord o soffia il Suo spirito sulle fragranti brezze meridionali, e lancia la canoa di guerra sui fiumi maestosi e i mari interni – che cosa se ne farebbe di una cattedrale meno augusta?”
Ecco, io, noi, oggi, da quassù, dinanzi a questo spettacolo mozzafiato, sentiamo di essere nella più augusta delle cattedrali della Terra. Laddove per Terra intendo la nostra terra, quella dei nostri avi, quella che ci è stata assegnata (o che abbiamo scelto) come luogo per viverci, che dobbiamo conoscere, capire, amare prima di ogni altra. Senza retoriche né melodrammi certo, ma anche con la consapevolezza che ciascuno di noi è quel che è anche in relazione al luogo in cui vive. E che con quel luogo egli ha una relazione amniotica.
Camminiamo cauti lungo la cengia, verso nord. Sotto di noi il baratro. Il Raganello è una striscia grigio-verde che serpeggia in mezzo alle rupi. Quel nome non ha nulla a che fare con le rane. Glielo hanno messo gli uomini. Gli antichi. Ed agli antichi non gliene importava nulla di annettere il fiume alle rane. Suppongo, invece, che il riferimento fosse alla “raganella”, un idiofono (sono detti così gli strumenti musicali in cui il corpo vibrante è lo stesso corpo dello strumento) – come li chiamano gli studiosi di musica tradizionale – usato, insieme ad altri, nelle manifestazioni luttuose della Settimana Santa e che i musicologi chiamano strumenti delle tenebre. La fonosfera, l’insieme di quei suoni sparsi dalla folla in processione in quei giorni, crea un incombere di rumori che simboleggiano il dolore ed il terrore per la morte della divinità. L’idiofono raganella (o tocca, o, in dialetto, carici, tirri-tirri) ha un suono crepitante come di pietre che sbattono. Un suono simile a quello prodotto dall’acqua del fiume che scorre impetuosa tra i sassi. La gente di Civita, il paese del Raganello, l’osservava e l’udiva dal Ponte del Diavolo, dal quale si intravede uno dei punti più stretti del canyon. E non poteva che averne terrore.

Uno dei passaggi più esposti lungo la cengia. Foto F. Bevilacqua

Uno dei passaggi più esposti lungo la cengia. Foto F. Bevilacqua

Uno dei primi forestieri che notò le gole del Raganello passando per Cività, nel 1933, fu l’editore fiorentino Giuseppe Orioli. Ecco cosa scrisse: “Ci portarono a vedere il così detto Ponte del Diavolo, un posto sensazionale. Nel guardare il Raganello da quel punto così alto, ebbi una sensazione raccapricciante […]. Il letto del fiume, ricoperto di pietre nere, che sembravano rivestite di pece, era terribilmente sinistro, come nelle illustrazioni dell’Inferno dantesco di Dorè [illustratore ottocentesco della Divina Commedia – n.d.r. -]“. Orioli venne evidentemente influenzato dal rapporto che la gente del luogo aveva col Raganello. Lo percepì come qualcosa di sinistro, di pauroso. Ma nello stesso tempo ne fu affascinato. Cominciò proprio allora, con Giuseppe Orioli, l’estetica delle Gole del Raganello. Quel sentimento di soggezione e di fascino che porta oggi migliaia di persone a visitare le gole, addirittura a camminarci dentro.
Da quassù, mentre sfiliamo silenziosi e cauti su un labile camminamento intagliato da madre natura nel minuscolo incavo di uno strapiombo, penso esattamente all’estetica del baratro. Siamo circonfusi da un’immensa cattedrale di rocce, strapiombi, foreste, orridi, cieli, timpe, pareti. Osserviamo. Camminiamo. Ansimanti e rapiti. Ciascuno solo con se stesso di fronte al pericolo. Tutti uniti nel percepire una bellezza inaudita. Un’estetica che è anche un’etica. O addirittura una mistica. E’ in momenti come questi che avviene quel travaso d’anime che si chiama condivisione. In luoghi come questi senti di essere una piccola parte di un tutto, immensamente più grande, bello e potente di te. Senti che la tua anima non è che un frammento infinitesimale dell’anima del mondo. Qui si seda ogni ansia vitalistica. Qui apprendi che l’uomo non può avere che un solo privilegio sulla terra: la commozione.
Eppure, studiosi come Remo Bodei (“Paesaggi sublimi” Bompiani) o Francesco Tomatis (“Filosofia della montagna” Bompiani) ci dicono che quella che io chiamo estetica del baratro – e che è nota come estetica del sublime – è, viceversa, una provocazione per la volontà di potenza dell’uomo. Che, di fronte a qualcosa di apparentemente più grande di lui, è tentato di misurarsi con essa, di conquistarla. E’ questa, una delle declinazioni dell’alpinismo, ad esempio. Non del mio, del nostro andare in montagna, del nostro percepire il sublime. Che, come dice, invece, Alain De Botton (“L’arte di viaggiare”, Guanda) ci suggerisce “che dobbiamo accettare i limiti imposti alla nostra volontà, piegandoci a necessità di ordine superiore”.
E’ esattamente quel che stiamo facendo oggi. Proviamo stupore puro per essere parte di questo tutto straordinario.

Un grifone in volo. Foto F. Bevilacqua

Un grifone in volo. Foto F. Bevilacqua

E’ gratitudine per esserci concesso di immaginare il Paradiso in Terra. E, mentre stiamo così, attoniti, rapiti da un’alchimia di sguardi, pensieri, sensazioni, qualcun altro ci guarda da ancor più in alto.
Un lieve fruscio d’ali. La prima ombra. Enorme, fluida, calma. Poi, a una a una, le altre ombre. Gli avvoltoi, i grifoni delle timpe. Tagliano l’orizzonte come lame grigio-avion orlate di nero. Uno dopo l’altro, seguendo un’unica traiettoria. Raggiungono una corrente ascensionale di aria calda e si mettono a ruotare. Lentamente, maestosamente. Sono rapaci che raggiungo un’apertura alare di oltre due metri e mezzo. Si nutrono di carogne, animali morti, placente espulse dalle vacche e dalle capre. Un tempo cibo diffusissimo in queste lande popolate da migliaia di capi di bestiame al pascolo brado. Oggi, dopo lo spopolamento, cibo raro. Ed infatti il grifone si era estinto da tempo. Qui come nel resto dell’Italia peninsulare (le ultime colonie restavano in Sardegna). Benché ne sopravvivesse la memoria nei toponimi locali, dove la parola dialettale “vuturu” significa esattamente avvoltoio. Poi i grifoni sono stati reintrodotti dal parco. Come è accaduto in altri luoghi d’Europa. Vengono sostenuti con un carnaio.
Sembra che ci guardino, i grifoni. Che scrutino con bonaria comprensione, le mosse di questi folli neo-frequentatori delle timpe di roccia del Pollino. Scherziamo: forse attendono che qualcuno di noi metta un piede in fallo e si sfracelli da qualche parte, più sotto. Per avere cibo fresco. In realtà è solo che, come molta altra fauna selvatica del Pollino, i grifoni sono divenuti confidenti. Da quando la caccia è stata chiusa per via del parco, infatti, capita sempre più spesso di vedere, anche a distanza ravvicinata, animali ed uccelli, che prima fuggivano, si nascondevano: caprioli, lupi, cinghiali, lepri, volpi, tassi, istrici, aquile, falchi. Dal terrore verso l’uomo con il bastone tonante (il fucile), gli animali selvatici sono passati alla curiosità. Fino a che non si tornerà ad una antichissima con-fidenza. Che significa fiducia, familiarità, dimestichezza.
Ma gli escursionisti folli che i grifoni stanno osservando non sono i soli esseri che hanno frequentato e frequentano le vie di roccia in bilico sulle timpe del Pollino orientale.

Di ritorno, verso la sommità della Timpa del Demanio. Foto F. Bevilacqua

Di ritorno, verso la sommità della Timpa del Demanio. Foto F. Bevilacqua

Troviamo, lungo il percorso, di questa che è chiamata, non a caso, “via delle capre”, segni di una antichissima frequentazione umana: grotte e ripari dal soffitto annerito dal fumo (segno che venivano utilizzati come rifugi e vi si bivaccava anche per più giorni); in una grotta a due piani, addirittura dei buchi nella roccia con rudimentali pioli di legno confitti nella roccia; passaggi troppo esposti attrezzati con pertiche di legno; fatte di capra ovunque. Un tempo (anche nel secondo dopoguerra), i pastori più poveri usavano portare le capre a brucare l’erba delle cenge. Perché qui la pastura non aveva padroni da pagare. E perché qui i lupi non osavano avventurarsi. Di vie delle capre, in realtà, ve ne erano tante. Ogni pezzo di parete non propriamente verticale era divenuto un pascolo. E le capre, le discendenti di quelle di un tempo, ci sono ancora. Vivono come animali selvatici. A piccoli gruppi. Le vediamo anche oggi, fuggire dinanzi a noi e raggiungere posizioni impossibili. Come camosci. Come stambecchi. Fino ad una ventina d’anni fa, a Civita vi era uno degli ultimi pastori delle timpe. Si arrampicava a piedi nudi lungo tragitti che solo lui conosceva.
La storia di quei pastori alpinisti è raccontata proprio da Nino Larocca nel suo libro “Il Pollino orientale” edito da Il Coscile. Loro, i pastori, chiamavano le cenge “banghe”. Racconta Larocca, che gli ultimi pastori delle rocce, da lui conosciuti personalmente, gli dicevano: “stai attento ad andare lassù, potresti vedere il Paradiso”. Qualcuno di noi, mentre le visioni si susseguono, sta davvero pensando che il Paradiso in terra, se è mai esistito, doveva avere proprio le sembianze di questo luogo.

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Autore dell'articolo: TurismoSociale

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