Plataci e il Monte Sparviere. A lezione di “paesologia”.

La “paesologia” non è una scienza esatta né una nuova disciplina di insegnamento universitario. La paesologia è un “discorso sui paesi”, come rivela la sua etimologia. E’ una particolare disposizione dell’animo umano. E’ una religione laica. Il cui gran sacerdote si chiama Franco Arminio, narratore e poeta irpino, autore, da ultimo, di un bel libro dal titolo “Terracarne”, edito da Mondadori.
Che possa esistere una materia di studio che si occupi dei paesi, è un’idea di per se stessa bizzarra. In fondo, negli ultimi trent’anni, soprattutto qui al Sud, la gente non ha fatto altro che sciamare dai piccoli centri dell’interno – dove i loro avi hanno dimorato per secoli – verso la costa, un tempo deserta e malarica ed oggi colpita da un vero e proprio tsunami di cemento ed asfalto.

Verso la cima di Monte Sparviere. Foto F. Bevilacqua

I paesi-presepe, che ancora oggi artigliano i monti, come grumi rappresi di argilla cotta dal sole, sono, in realtà, semivuoti, abitati per lo più da anziani rassegnati e da pochi giovani in attesa di fuggir via.
La paesologia tocca, dunque, una corda sepolta nel fondo delle nostre anime. Penetra in una memoria ancestrale che avevamo rimosso. Ci ricorda mondi dimenticati. Quelli dei piccoli paesi appunto. O, se vogliamo dirla con gli antropologi, dei paesi-mondo, dei luoghi, cioè, che per i loro abitanti erano tutto ciò che conta nella vita.
Dal 23 maggio del 2007, secondo una ricerca dell’Università del North Carolina, il numero delle persone che vivono nelle città ha superato quello delle persone che vivono in campagna. L’umanità è divenuta cioè, in maggioranza, urbana. Con tutte le conseguenze che questo comporta in fatto di stili di vita, rapporto con la realtà, consumi, senso di protezione etc.. Una minoranza sempre più esigua, invece, vive fuori le mura, in quelle vastità del mondo che l’uomo ha esplorato e magari devastato, ma che non è mai riuscito a conquistare completamente. Dove, di norma, è la natura a dettare regole, modi, tempi della vita. Dove si nota il mutare delle stagioni non soltanto perché acquistiamo capi di vestiario più confacenti al freddo o al caldo. Dove non ci sono centri commerciali. Dove la terra è ancora un valore. Dove i valori nascono dalla terra. Dove di terra è impastata quell’antica civiltà contadina, di cui, Pierpaolo Pasolini – profeta inascoltato – denunciava, sin dai primi anni Settanta, il massacro ad opera della barbarie consumistica ed edonistica (si vedano i testi raccolti oggi in “Scritti Corsari”, edito da Garzanti).
Ebbene, alcune domeniche fa abbiamo fatto un’esperienza di autentica paesologia. Abbiamo celebrato, cioè, un piccolo rito paesologico tra le pieghe perdute delle più orientali montagne del Pollino.
Alle 8,00 sfiliamo dinanzi alla piazzetta silenziosa e deserta, di Plataci, piccolo centro a quasi mille metri di quota, venti minuti d’auto da Francavilla Marittima.

Quercia monumentale tra Villapiana e Plataci. Foto F. Bevilacqua

Vi sosteremo a lungo al ritorno, chiacchierando con la gente, che ci condurrà nei punti più belli dell’abitato e nella graziosa chiesa madre fatta completamente di pietre. Abbiamo attraversato, tra i due centri abitati, campagne cesellate dagli orti e dai muri di pietre a secco, puntellate di gigantesche querce che nessuno ha avuto ancora la perfidia di abbattere. Siamo saliti sempre più in alto, lasciando in basso sprazzi caotici di civiltà urbana e appressandoci ai relitti della civiltà contadina. Plataci è un paese di origine albanese, come altri ve ne sono in Calabria. La gente parla ancora una lingua antica, per noi incomprensibile. La religione qui è cattolica ma di rito greco. E lo si vede dalle decorazioni, dagli addobbi, dai suoni, dai canti, dai costumi di riti e cerimonie. Ma Plataci è, tra i paesi arbresch, il più alto, il più vicino ai monti. E al cielo.
E sono proprio i monti, stagliati contro il cielo azzurro, che ci hanno attratto e portati fin quassù: il nostro gruppetto di cinque camminatori fissi, con in più Marta e suo nipote, entrambi di origine polacca, Ruza e Gerhard, una coppia di artisti tedeschi ospiti di Marta. Lasciamo le auto al bivio, lungo l’unica strada che sale da Plataci verso i monti, sotto il costone sud-est di Timpone di Bardisce.
E’ una giornata d’autunno, luminosa e calda. Cominciamo a salire direttamente sul costone, sul limite tra i pini di rimboschimento, a destra, ed un giovane bosco di cerri a sinistra. La via che percorriamo doveva essere, in antico, un transito per le mandrie, che, numerose, salivano verso l’alto, in cerca di pascoli freschi. Ne trovo traccia sullo stralcio della cartina corografica (corografia significa “descrizione di una regione nei suoi particolari fisici, storici e umani”) dell’Istituto Geografico Militare che ho con me. Ormai, i segni del sentiero sono labili.
Appena possibile, conduco tutti su un piccolo aggetto roccioso sulla destra, appena fuori dai pini, che, dall’orlo di un burrone, domina il grande e selvoso emiciclo del Golfo d’Ortica, che precipita verso il Saraceno, principale corso d’acqua di questa zona. Un rapace – troppo rapido per identificarlo – sfila dinanzi a noi sparendo dietro la cresta. Percepisco lo stupore degli amici tedeschi e del giovane polacco, venuti in Calabria convinti di trovare solo coste e mari. Osservano queste inattese quinte di montagne dall’aspetto per loro insolito con un misto di ammirazione e spaesamento.

Scendendo da Timpone di Bardisce lungo la cresta sud-est. In lontananza il Mar Ionio. Foto F. Bevilacqua

Per i popoli del centro e del nord Europa, “Meridione” è sinonimo di sole, caldo, spiagge, mare. Eppure un grande storico contemporaneo come Fernand Braudel avvertiva che il Mediterraneo è un mare tra le montagne, circondato da montagne. E la Calabria ne è il più perfetto paradigma. Chi giunge in Calabria senza sapere com’è fatta, davvero, la Calabria, prova sempre questo strano sentimento, quando solo percorra pochi chilometri verso l’interno della regione. Si sente improvvisamente disambientato, come se un pezzo delle loro terre abrupte e boscose fosse stato scagliato nel cuore di un Mediterraneo arido e assolato. Ma percepisce, al pari di diversi viaggiatori stranieri del passato, la straordinaria luminosità di questi paesaggi rispetto alla brumosa oscurità di quelli nordici. E si chiede se è tutto vero se non si tratti, piuttosto, di un’illusione ottica.
Una bella cresta rocciosa ci accompagna fuori dal bosco aprendo la visuale. Dietro di noi, in lontananza, l’arco di Sibari – come qualcuno lo chama – compie la sua ampia curva al confine con il Mar Ionio che riluce. L’inverno scorso venimmo quassù con l’ultima neve. Ma dovemmo lasciare l’auto alcuni chilometri più a valle perché la strada era impercorribile. Quando impegnammo la crestina ed uscimmo allo scoperto, ci accolse un paesaggio da fiaba, con le groppe montuose della Calabria e della Lucania ammantate di bianco ed i paesini che parevano sommersi dalla neve. Sui luoghi che amiamo torniamo sempre più volte. O per farli vedere ai nostri amici più cari o perché essi esercitano su di noi un richiamo irresistibile.

Il Monte Sparviere visto da Timpone di Bardisce. Foto F. Bevilacqua

La cresta ci conduce sull’erta erbosa che sbuca sulla cima di Timpone di Bardisce (m. 1679), oltre il quale la vista si spalanca anche verso nord. A sinistra ecco la nostra meta, la cima di Monte Sparviere, separata da quella dove ci troviamo, da una larga sella. Sotto di noi la testata valliva del Saraceno. E poi, la lunga sequela di montagne calabro-lucane. Scendiamo sulla sella, passando accanto ad una piccola dolina, una tipico fenomeno carsico caratterizzato da una specie di imbuto nel cui centro si incanalano le acque meteoriche, che poi defluiranno, lungo misteriosi percorsi ipogei, verso sorgenti molto più in basso. Poi su, l’ultimo strappo sino alla cima dal Monte Sparviere (m. 1715).
Siamo giunti sul nostro piccolo tetto del mondo. Alla vista di prima si aggiunge ora la poderosa Timpa di San Lorenzo e gran parte del versante orientale del Pollino. E sempre, verso oriente, il mare. La fatica, la luce, il vento che ci sferza a folate, la vista sconfinata, dopo le prime esclamazioni di gioia, dopo gli scatti fotografici, dopo i sorrisi, ci conducono, man mano, ad un silenzio gravido di emozioni. Scrive Franco Arminio: “Sono rimasto qui / ho perso la mia voce / e ho preso quella di queste alture / in cui poco alla volta / mi sono imprigionato. / Venite a liberarmi / ma sappiate che molto di me / è già terra / è già radice. / Venite a prendere / la foglia che oscilla nel vento.”

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