Sei ore di felicità tra le gole del “Coserie”

Ricordate il Canyon del Raganello, nel Parco Nazionale del Pollino? Chi non lo conosce anche solo per sentito dire? Fu dichiarato, ancor prima dell’istituzione del parco, riserva naturale dello Stato. Per via della preziosa fauna che lo popola e dell’altrettanto preziosa flora che alligna in tutta la valle. E anche per il meraviglioso paesaggio naturale ed umanizzato di cui la valle è parte integrante.

Sila Greca T. Coserie-Vulganera. Ph F. Bevilacqua

L’ultima volta che feci il Canyon (ossia la lunga gola che s’incunea nella porzione bassa della valle, tra S. Lorenzo Bellizzi e Civita), molti anni fa oramai, vi trovai panini galleggianti lanciati in acqua da qualche turista maleducato e una scritta in vernice azzurra su un masso che diceva “Dio c’è”. Ora, con tutto rispetto per Dio (nel quale credo profondamente), non mi sembra affatto “religioso” sottolinearne l’esistenza in questo modo vandalico. Anzi, poiché la religione ci insegna a credere in un ordine soprannaturale col quale dobbiamo cercare di armonizzare la nostra vita, sarebbe  opportuno che l’uomo imparasse a rispettare la natura, che, come diceva Sant’Agostino è, con la sua bellezza, prova della bellezza di Dio, il suo creatore. E sull’argomento sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI sono intervenuti più volte.
Da quell’ultima volta nel Raganello, non sono più voluto andare nel canyon, proprio per non vederlo dissacrato e invaso da gitanti che pensano di stare in un acquapark. E su questo fatto ho raccolto, proprio questa estate, autorevoli lagnanze. Ho detto e scritto più volte che in luglio ed agosto il parco dovrebbe imporre  il numero chiuso di visitatori nel Canyon del Raganello, come si fa in altri parchi nazionali per gli itinerari più frequentati.
Detto questo, occorre però chiarire che in Calabria esistono almeno un centinaio di gole fluviali belle quanto il Raganello, dove non va quasi nessuno e dove è possibile percepire lo spirito del luogo e con esso quella sacra bellezza tanto cara a Sant’Agostino. Si tratta per lo più di tratti di corsi d’acqua che s’incuneano tra le strette pendici vallive dello stesso Pollino, ma anche dei Monti dell’Orsomarso, delle tre Sile (Greca, Grande e Piccola), delle Serre, dell’Aspromonte ed ora anche della Catena Costiera o Paolana, come hanno dimostrato ultimamente alcuni gruppi di forti torrentisti calabresi che esplorano sempre nuove forre risalendo i letti dei fiumi. Ormai Youtube è zeppo di filmati che riguardano esperienze in queste gole.

Sila Greca. T. Coserie-Vulganera. Ph F. Bevilacqua

Ovviamente vi sono alcune gole visitabili solo ed esclusivamente in assetto torrentistico (mute per proteggersi dal freddo dell’acqua, corde ed atrezzatura varia per superare le cascate, caschetto per proteggersi dalla caduta di pietre etc.) e con guide specializzate, mentre ve ne sono altre che anche un comune escursionista può fare con prudenza ed attenzione. Già, perché anche se non ci sono salti da superare, anche se non si è costretti a stare per ore nell’acqua, anche se non bisogna fare tratti a nuoto, percorrere il greto di qualunque fiume comporta alcuni accorgimenti essenziali. Innanzitutto si devono indossare delle pedule da trekking per proteggere piede e caviglia (sconsigliate scarpe da tennis o da ginnastica). Poi occorre munirsi di due bastoncini da escursionismo (o da sci) per aiutarsi nel camminare sul fondo viscido e prevenire cadute. Ogni passo va calibrato con cura, quando si procede nell’acqua, perché cadute, slogature e fratture sono sempre in agguato su questo tipo di terreno.
Detto questo, vi parlerò oggi di una magnifica gola fluviale dove siamo recentemente tornati, dopo anni di assenza, e che mi ha lasciato letteralmente basito per la sua bellezza, che, pur conservando le foto, avevo quasi dimenticato.
Domenica di fine agosto. Abbiamo fatto un lungo percorso in auto per raggiungere Destro, una frazione di Longobucco, e da qui scendere sul greto del Torrente Coserie. Questo come altri corsi d’acqua della Sila Greca che si dirigono verso lo Ionio sono vere e proprie fiumare, come quelle aspromontane. Un largo letto ghiaioso simile ad un piccolo deserto di pietre, colmato nei secoli dai detriti dell’erosione, si spande tra due contrafforti del M. Paleparto (m. 1480) massima elevazione e centro della Sila Greca: a nord quello di Serra Pagliaspica e Cozzo Pica, a sud quello di M. Iurentino e M. Iantrinico. Nei due chilometri di strada a fondo naturale che percorriamo in auto risalendo il corso del torrente, incontriamo, sui lati, orti con svariate colture, sia di ortaggi che di frutteti. Le auto dei contadini parcheggiate nelle vicinanze ci dicono che si tratta di coltivi ancora attivi. Acquari e tubi di gomma portano l’acqua per centinaia di metri. Lasciamo l’auto dove la stradina a fondo naturale muore e cominciamo la risalita, Damiano, Francesco, Alessandro e Marta. Già da questo punto in avanti la valle si restringe perdendo le caratteristiche del luogo vissuto e umanizzato, per assumere le sembianze di un territorio quasi selvaggio. Dico quasi perché in Europa non esistono più luoghi selvaggi nel vero senso del termine, essendo l’uomo giunto dappertutto con la sua opera trasformatrice. Ma qui quell’opera è trepida e lieve, come osservava l’antropologo del paesaggio Eugenio Turri nel descrivere proprio i territori sui quali la tecnica e la modernità non hanno ancora creato sconquassi.

Sila Greca. T. Coserie-Vulganera. Ph F. Bevilacqua

E qui una antica presenza dell’uomo si percepisce da labili segni. A parte le tracce di un piccolo gregge di capre che deve aver seguito il corso del Coserie nei giorni passati, osserviamo vecchi sentieri che salgono nella macchia di querceti che alligna sui lati della valle, qualche recinzione rudimentale. Nient’altro di umano. Tranne, purtroppo, i segni di un grande incendio che ha dovuto imperversare, non molti giorni addietro sulla pendice in sinistra idrografica del Coserie: ne percepiamo ancora l’odore e sul greto grigio del fiume sono disseminati ancora pietre bruciacchiate e tuzzoni. Alcuni tronchi ancora emanano fumo.
L’acqua, che più in basso si sperdeva nella marea di sassi, è ora ben viva e risuonante tra le pietre, stretta tra due sponde rocciose. Le pozze che si alternano a cascatelle sono di un verde smeraldino e trasparente. Giungiamo alla prima grande pozza profonda per attraversare la quale dovremmo nuotare. Resto perplesso perché non ricordavo questa difficoltà. Anche se sembra non esserci altra possibilità, mi concentro per ricordare e scruto le due opposte pendici. Finalmente intravedo, sulla destra, uno stretto camminamento che aggira la pozza. Ci inerpichiamo come capre e sbuchiamo sul lato a monte, nel cuore delle gole. Cominciano gli infiniti guadi che ci portano a procedere ora su un lato, ora sull’altro del torrente. Il canyon è un vero e proprio gioiello naturale. Un senso di profonda, antica solitudine permea i luoghi. Alveo e sponde paiono intagliati nella roccia viva da un artista titanico, che ha operato su una materia viva per millenni, scolpendo onde, scanalature, gradini, strapiombi, vasche. L’acqua scorre sempre più vorticosa, come indaffarata a recarsi lontano, acquietandosi di tanto in tanto in profondi laghetti. Per fortuna c’è sempre modo di evitare le nuotate nell’acqua gelida. Osserviamo incuriositi centinaia di rane, tanti granchi di fiume (un bioindicatore, questo, della purezza dell’acqua), e diverse trote con le boccucce rivolte alla corrente. In cielo pigolano meste le solite poiane. Raggiungiamo una diramazione della valle: alla nostra destra continua il Coserie (così sulle carte dell’Istituto Geografico Militare), mentre a sinistra si insinua il Vulganera, il cui toponimo, evidentemente storpiato dai cartografi, è facilmente decifrabile: “vullu” o “vurga” ossia pozza, laghetto + “nira” ossia nera. Scegliamo quest’ultimo ramo.

Sila Greca. T. Coserie-Vulganera. Ph F. Bevilacqua

Giungiamo nel cuore segreto delle gole, un canyon stretto tra opposte pareti che non ha nulla da invidiare al Raganello. In uno slargo ritroviamo un vitello morto da poco, senza alcun  segno sul corpo tranne una zampa spezzata. In effetti la zona reca segni di mucche. Troviamo sulla sinistra uno slargo con un’antica, splendida fonte e un sentiero che sale nel bosco. A tre ore esatte di cammino ordino il dietrofront.
Dobbiamo calcolare il tempo per il rientro e stare bene attenti a non farci male: recuperare un ferito in gole come queste è impresa ardua. Ma ci attende uno spettacolo nello spettacolo: tutta la gola è ora inondata dal sole a picco ed ogni cosa ha cambiato forma e colore. Il sole è un invito troppo allettante ad attraversare le pozze con l’acqua alla cintola, dove è possibile. Dopo sei ore complessive di cammino siamo di nuovo all’auto. Per tutti i miei compagni è stata la prima volta nelle gole del Coserie-Vulganera. Per Marta la prima volta in assoluto in un a gola fluviale. Siamo tutti stanchi. Quella stanchezza che sembra volerci far dire, parafrasando Pablo Neruda: “Sono felice / qui e ora sono felice / se mi chiedeste perché / non saprei spiegarvelo / se cercassi di spiegarvelo / non potreste capirmi”.

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