Sila Greca: due cascate mozzafiato

Colognati e Cerasia: alla scoperta di luoghi dimenticati

Vi sono molti modi di viaggiare. E la letteratura di tutti i tempi ce ne fornisce la prova eloquente: dall’interminabile ritorno di Ulisse verso Itaca a “La passeggiata” di Robert Walser; dalla ricerca del Santo Graal al “Viaggio intorno alla mia camera da letto” di Xavier de Maistre; dalla “Anatomia dell’irrequietezza” di Bruce Chatwin alle “Fantasticherie del passeggiatore solitario” di Jean Jacques Rosseau.

Cascata del Cerasia

Insomma, quel che oggi viene concepito come l’unico vero viaggio, ossia il turismo in isole esotiche dal mare di smeraldo o i viaggi più o meno avventurosi dei moderni globe trotter, è, in realtà, una sola delle mille sfaccettature di una parola che dovrebbe tornare ad avere più significati.

Uno di questi significati è, per me, il “viaggiar restando”, ossia il muoversi in territori relativamente vicini al posto dove si abita per riscoprire luoghi dimenticati e, nello stesso tempo, cercare le proprie radici, la propria identità. Il metodo migliore è il camminare in natura, per gli antichi sentieri della nostra terra, carta e bussola alla mano, zaino in spalla, pedule da trekking ai piedi.

Da qualche anno diversi sentieri sono stati segnati anche in Calabria. Sicché l’escursionismo è una pratica molto più semplice che non negli anni 80 del secolo scorso, quando anche da noi cominciò ad affermarsi.E tuttavia, se si vuole, è possibile compiere anche vere e proprie avventure escursionistiche, scoprendo bellezze naturali mai divulgate, salendo sulle cime dei monti per vie inedite, ritrovando luoghi non più frequentati da decenni.

Ricordo sempre, come un viatico, quanto scrisse Marcel Proust: il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell’avere nuovi occhi.

La cascata dei Colognati

Uno di questi luoghi si trova ad una ventina di km di automobile da Rossano, nell’incavo solitario e silente di una valle montana, quella del Colognati, in Sila Greca, settore nord-occidentale dell’altopiano, così detto per i ripetuti flussi migratori dai Balcani che lo interessarono nei secoli.

Dalla strada che da Rossano sale verso la Sila, in prossimità di Cozzo del Pesco, si imbocca una sterrata piuttosto malmessa che devia sulla sinistra verso “S. Onofrio”, unico, provvidenziale cartello, che indica una graziosa chiesetta rurale, forse di origine bizantina, sprofondata nell’imbuto orografico del Colognati, per raggiungere la quale, bisogna percorrere 6 km di tornanti in forte pendenza tra i boschi e i dirupi della zona: una sorta di viaggio all’indietro nel tempo.Un paio di domeniche fa, torniamo in questo che è uno dei luoghi a me più cari. La mattina è limpida e calda.Mentre scendiamo lungo la sterrata, nel bosco di pini della parte alta, un capriolo ci taglia la strada, fuggendo rapido ed elastico nel vallone sottostante. Penso fra me e me che, finalmente, anche sulla fauna selvatica comincia a farsi sentire l’effetto positivo del Parco Nazionale della Sila, da cui gli animali si irradiano anche nelle zone circostanti.

Alla Chiesa di S. Onofrio, dove in maggio si volge una caratteristica festa popolare in onore del santo, ci accoglie Ottavio, un anziano pastore nato e vissuto, con la famiglia e il suo gregge, in queste solitudini.Nei pressi della chiesa, invece, un altro stazzo conserva ancora i resti di quello che fu un “pagliaro”, ossia un rifugio tipico della Sila Greca, a forma di cono, con una larga base circolare di pietre a secco ed un tetto di pertiche ricoperto di abbondanti fronde di ginestra, esattamente uguale a quelli che usavano i pastori del Neolitico.

Ci incamminiamo, finalmente, verso le nostre mete, che sono due delle varie cascate che costellano la valle. Salendo verso le Pietre Pizzute, delle pittoresche formazioni rupestri che gli antropologi definirebbero “iconemi”, ossia segni distintivi dei luoghi, il giallo profumato delle ginestre indora le pietrose pendici della valle, puntellate da querce secolari.

Proprio alle Pietre Pizzute compiamo la prima digressione, sulla sinistra, calando ripidamente lungo una pendice dirupata (e senza sentiero) sul fondovalle del Colognati, che qui scorre incassato tra alte pendici rocciose formando un vero e proprio canyon. Procediamo in una fitta e bassa boscaglia di lecci.A fatica riesco a ricordare il punto esatto dove approdare sul greto. Per risalire il corso del fiume di quei pochi metri che ci porteranno alle cascate, dobbiamo combattere con macigni rotolati giù dell’alto, alberi divelti, frane. Dopo un imprevisto scivolone nelle fredde acque del fiume, eccoci finalmente sotto il fragore della cascata: una ventina di metri di furioso “toboga” nell’alveo di roccia color bronzo. Scattate le foto di rito, risaliamo sino al sentiero, che riprendiamo verso la nostra seconda tappa, le Cascate del Cerasia, un affluente in sinistra idrografica del Colognati.

Alla deviazione, questa volta sulla destra, devo fare appello a tutta la mia memoria ed a tutto il mio senso dell’orientamento, perché il labile sentiero di un tempo è completamente scomparso per le frane e l’ammasso di vegetazione prodotta dalla caduta di rami dagli alberi sotto il peso dell’abbondante neve caduta quest’inverno.

Un tempo erano contadini e pastori a tenere agibili i sentieri. Oggi che la montagna è praticamente spopolata, i sentieri scompaiono. In alcuni punti dobbiamo camminare carponi, in altri siamo costretti a sfilare sul ciglio di burroni. Ma finalmente giungiamo alla base della nostra agognata cascata, forse la più bella di tutta la valle: 30, forse 40 metri di nivei filamenti in caduta libera dall’orlo di un’alta rupe, in una piccola conca circondata di lecci colossali ed inondata dal sole.Dopo aver contemplato estasiati lo spettacolo della cascata, ritorniamo sui nostri passi. E veniamo accolti, alla Chiesa, da Ottavio e dai suoi amici, che stanno sistemando il luogo per la festa, ed affettuosamente invitati a condividere il loro pranzo fatto di cibi semplici e genuini. Ne approfittiamo per farci rievocare, storie, leggende ed aneddoti di un mondo, come già osservava Corrado Alvaro, in lento dissolvimento.Nel ritornare verso casa, mi viene in mente un brano del grande naturalista ed esploratore Alexander Von Humboldt: “Mentre attraversavo le foreste dell’Amazzonia o scalavo i picchi delle Ande ho dovuto ammettere che non c’è che uno spirito ad animare l’intera Natura, da polo a polo – che non c’é che Una vita infusa nelle pietre, nelle piante, negli animali e persino nell’uomo”.

Ecco: la mia Amazzonia sono le sconfinate foreste della Sila; le mie Ande sono le gole ed i crinali dell’Aspromonte. E’ qui – e non altrove – che io cerco quell’unico spirito, quella vita infusa e, nello stesso tempo, ritrovo me stesso.

 

 

*Francesco Bevilacqua da quasi trent’anni è attivo nel volontariato ambientalista affianco al W.W.F., al fondo Mondiale per la natura, ed altri importanti associazioni. Come giornalista e fotografo naturalista ha collaborato con le più autorevoli realtà editoriali italiane ed estere come ad esempio la RAI, Alp, Airone, Trekking.

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