Sul Pollino, tra le selvagge montagne. Alla scoperta dell’anima mundi

Nella cultura precristiana, quella greco-latina, uomo e natura facevano parte di una unica totalità. Era la teoria del cosmo, dell’armonia, del principio della vita. Il tempo era ciclico (nascita, vita, morte, rinascita) come nelle realtà agrarie: le piante nascono, danno frutto, muoiono, rinascono. L’uomo, dunque, si sentiva completamente immerso nella natura, ne era parte. Non aveva alcuna necessità di osservare la natura dall’esterno, come qualcosa di diverso, di distinto da lui.

Verso Serra La Croce, tra faggi e pini loricati. Foto Francesco Bevilacqua

Nella cultura cristiana, invece, muta radicalmente il senso del tempo, che non è più ciclico ma storico ed escatologico: si vive, si muore in attesa del giudizio e della resurrezione. L’uomo è pellegrino sulla Terra, che gli è estranea. Non troveremo, dunque, nella letteratura classica greco latina nessun termine che possa somigliare alla parola “paesaggio”, come noi la intendiamo oggi.
Qualcuno colloca la nascita dell’idea del paesaggio in concomitanza con la famosa salita di Francesco Petrarca al Monte Ventoso, il 26 aprile del 1335, con il fratello Gherardo, la cui cronaca ci è stata tramandata dallo stesso Petrarca in una lettera in latino inviata all’amico, padre agostiniano, Dionigi da San Sepolcro. La salita è anche considerata come uno dei primi gesti alpinistici della storia. Prima d’allora, probabilmente nessun’altro si era cimentato in una piccola impresa alpinistica senza una ragione utilitaristica (commercio, lavoro, conquista etc.) ma solo per godere della vista dalla cima (nel caso di Petrarca anche per elevarsi in senso spirituale).
Durante la salita, Petrarca incontra un pastore, che lo invita a desistere dall’inutile fatica, perché nulla vi è, sul quell’aspro monte, che valga la pena di essere visto. Al pastore, infatti, nativo del luogo ed in esso “immerso” sin dalla nascita (esattamente nel senso che prima dicevo), il Monte Ventoso non desta nessuna meraviglia. Ma Petrarca è animato da un sentimento diverso e non si lascia distogliere. Quando è in vetta non soltanto descrive il paesaggio che lo circonda ma svolge considerazioni sul significato, anche spirituale, di quell’ascensione.

Un mare di nubi aleggia sulla costa tirrenica all’altezza di Belvedere Marittimo. Foto Francesco Bevilacqua

Cosa è dunque il paesaggio? La parola francese “paysage” (usata per la prima volta dal poeta francese Jean Molinet nel 1493) viene dal sostantivo “pays” = paese e dal suffisso “age” = “insieme”. In Francese si può dire che paesaggio significa “luogo osservato nel suo insieme” ossia nell’insieme delle sue componenti naturali e umani. In realtà si tratta di una parola del tutto simile all’italiano “paesaggio” che viene dal sostantivo latino “pagus” = “villaggio” e dall’aggettivo latino “pagense” = luogo dei villaggi.
Il termine “paesaggio” rimanda dunque ad un luogo abitato, che però costituisca anche una “veduta”. Perché solo se visto, apprezzato riempito di senso, uno spazio anonimo diviene paesaggio.
Possiamo dire, allora, con una certa approssimazione, che il paesaggio è un’estensione omogenea di territorio con le sue componenti naturali (alberi, fiumi, boschi etc.) ed umane (case, paesi, sentieri, campi coltivati etc.) così come viene percepito da uno o più osservatori.
E’ fondamentale che si comprenda come un paesaggio è fatto dagli uomini in un doppio senso: da un lato è trasformato nei secoli dall’attività umana e perciò gli vengono attribuite delle forme che non sono esclusivamente naturali; dall’altro è l’uomo osservatore che crea, attraverso la sua capacità percettiva ed i suoi giudizi di valore (estetica ed etica), un paesaggio.

Il Monte Cannitello dalla sella che lo separa dal Monte La Castelluccia. Foto Francesco Bevilacqua

Basterebbe fare l’esempio delle Alpi: sino alla loro scoperta che si deve a Rousseau, De Sassure ed altri, le Alpi erano loci horridi contrapposti ai loci amoeni della tradizione classica (l’agro romano, le colline senesi, la Campania felix etc.). Una volta scoperte come luoghi della bellezza pittoresca e sublime, le Alpi divengono man mano un paesaggio eminente. Sino al recente riconoscimento avuto dalle Dolomiti come sito Unesco.
Domenica di Primavera. Il caldo è esploso all’improvviso e, forse, un po’ precocemente. Quantunque siamo all’attacco della nostra escursione di primo mattino, l’orizzonte è già velato da una leggera foschia. Raggiungiamo – Alessandro, Francesco, Claudio ed io – il Passo dello Scalone (m. 740) dal versante di Belvedere Marittimo (sul lato opposto, la vecchia statale scende verso Sant’Agata d’Esaro). Qui lasciamo l’auto. Tra Belvedere e lo Scalone non incontriamo nessuno! Solo al passo c’è un “moderno” pastore motorizzato, che è salito dal paese in fuoristrada per controllare le mucche lasciate al pascolo brado e di cui sentiamo i campanacci sperduti nelle profondità del bosco. Questa volta, il pastore non si comporta come il suo omologo del Monte Ventoso. Deve aver visto altri strani soggetti bardati di zaino e bastoncini lenticolari come noi. La zona è frequentata, di tanto in tanto, da escursionisti. Ormai questa gente ha capito che ci sono dei “matti” che salgono sulle montagne per ridiscendere, di solito nella stessa giornata, senza aver preso o raccolto nulla. Eppure, dopo 33 anni di peregrinazioni sui monti della Calabria, non è raro che mi capiti di incontrare ancora qualche persona del luogo che non si è assuefatta all’idea che qualcuno possa andare in montagna per ragioni diverse dalle sue e che ci sottopone, immancabilmente, ad una sorta di interrogatorio. Ho sintetizzato questi curiosi colloqui in un breve testo.

Fioriture di viole lungo il sentiero di crinale del Monte Cannitello. Foto Francesco Bevilacqua

D. Chi siete? R. Gente di città che cammina in montagna. D. Che cercate? R. Niente. D. Andate a caccia? R. No. D. Andate a pesca? R. No. D. Andate a funghi? R. No. D. Raccogliete castagne? R. No. D. Ma la macchina non ce l’avete? R. Si. D. E allora perché andate a piedi? R. Perché ci piace. D. Ma fate fatica inutile! R. Non è inutile. D. Allora vi paga qualcuno! R. No. D. Non è possibile! Non ci credo. Qualcosa cercate. R. Bhe, in effetti siamo cercatori anche noi. D. Lo dicevo io! E che cercate? R. La bellezza. D. E che cos’è la bellezza? Dove sta, qui, la bellezza? R. La bellezza è quello che vedi tutt’intorno a noi. – Si guarda intorno – D. Ma qui non c’è proprio nulla! R. Infatti. D. Infatti cosa? R. Infatti la bellezza è soprattutto dove non c’è “nulla”, o quasi, di umano, dove si vedono l’orizzonte, il cielo, gli alberi, i picchi rocciosi, le valli; dove si cammina sull’erba, le pietre, la roccia; dove si vede scorrere l’acqua cristallina di un fiume; dove l’uomo sta con rispetto, ecco. D. Dite sul serio? R. Certo! D. Sarà … – Dopo qualche ora, al rientro dall’escursione, sul far della sera – D. Scusate, forse che la bellezza è anche un tramonto? R. Anche, certo! Visto che ci siamo intesi? D. Ma io non ci avevo mai pensato! R. Bhe, ora lo sai anche tu. D. Ma come si usa la bellezza? R. Camminandoci dentro. D. Con la macchina? R. No, a piedi”.

Siamo sul limite sud-occidentale del Parco Nazionale del Pollino, nel massiccio che da qualche decennio è invalso chiamare Monti dell’Orsomarso, ma che per il suo isolamento, per la sua impervietà (nessun viaggiatore straniero lo visitò mai) non ha mai avuto un suo toponimo specifico, confuso ora con il Pollino, ora con la Catena Costiera. Cammineremo, oggi, in particolare, nel sottogruppo di Montea, che raccoglie le montagne più alpestri, spettacolari e selvagge dell’intera Calabria e forse di tutto il Sud.
Arranchiamo lungo il costone meridionale di Monte La Castelluccia (m. 1295), in un intrico di vegetazione che ha quasi cancellato il vecchio sentiero, un tempo tenuto pulito dalle capre onnivore e dai pastori muniti di accetta. Siamo sulla cima dopo una buona ora e mezza, abbagliati dalla luce del sole che si spande sulla costa tirrenica.
Sui prati, negli alberi cavi, tra le rocce è tutta un’esplosione di fiori, primule, anemoni, margherite, viole, pervinche e tante altre specie meravigliose che fatico a riconoscere. La terra rinasce, come negli antichi miti di rigenerazione. E lo fa nel modo più sontuoso che si possa immaginare.

Fioriture accanto ad un tronco marcescente sul crinale di Monte La Castelluccia. Foto Francesco Bevilacqua

Scendiamo alla sella sottostante che separa La Castelluccia del Monte Cannitello (m. 1464). Intanto sul mare e sulla costa sono andati formandosi, per effetto delle correnti umide che incontrano l’aria fredda dei rilievi, tanti batuffoli compatti di nebbia, come una trapunta di nuvole. Sono in continuo movimento: si addensano, si sfilacciano, crescono, si disfano, si riformano. Lambiscono la valle sottostante e la formidabile parete di roccia del Cannitello che si tuffa nel vuoto. Uno dei miei compagni osserva questo paesaggio straordinario. Scatto una foto mettendo la figura umana su un lato: protagonista deve essere la natura; l’uomo è solo un termine di paragone, un osservatore basito dinanzi a tanta bellezza. Sembra il famoso quadro di Caspar David Friedrich (il pittore del “sublime naturale”) “Viandante in un mare di nebbia” (1818).  Laddove per sublime si intende non già un superlativo di bello, ma una vera e propria categoria estetica (definita dapprima da un autore classico, lo Pseudo Longino, nel I secolo a. C., e poi da un autore inglese del Settecento, Edmund Burke), che designa una bellezza grandiosa, struggente, soggiogante, che intimorisce e impressiona, che produce uno sconvolgimento interiore e, nello stesso tempo, una profonda adesione spirituale. Dinanzi a tale bellezza l’uomo si sente particella infinitesimale, debole anello di qualcosa di molto più grande e complesso di lui. L’argomento è stato esaurientemente trattato da Remo Bodei in un suo bel libro del 2008 dal titolo “Paesaggi sublimi, l’uomo dinanzi alla natura selvaggia”. L’autore vi sostiene, tra l’altro, che la natura sublime è avvertita come sfida dall’uomo che cerca di vincerla in una antropocentrica lotta per la supremazia. Altri, invece, come Alain De Botton, pensano, al contrario, che la natura sublime induca l’uomo a scendere dal proprio piedistallo di creatura superdotata e lo porti ad avere maggior rispetto della madre Terra. A noi, ovviamente, piace pensarla come De Botton.
Attacchiamo l’aerea mulattiera che sale sul fianco del Cannitello e valica la sua lunga cresta. Dal passo ci si apre alla vista un nuovo paesaggio sublime, con il poderoso versante sud di Monte La Caccia (m. 1744), tra le cime più alte del gruppo: una lunga cresta rocciosa, frastaglia, pinnacoluta, festonata di magnifici pini loricati, le conifere più famose del Parco, per essere una specie endemica, dalle forme possenti, con tanti esemplari che superano i mille anni di vita, un relitto botanico della preistoria, che ha finito per colonizzare le zone rocciose più aride, inospitali, esposte agli elementi, per sfuggire, forse, all’invadenza del faggio. Scendiamo sul lato opposto proprio in una bella faggeta dagli alberi colonnari, fino ad attaccare l’ultima erta per Serra La Croce, costellata di “cadaveri” calcinati di pini loricati, distrutti da un colossale incendio di alcuni anni fa. Passiamo dal rifugio degli Amici della Montagna di Belvedere (una piccola casa in muratura sempre aperta, incustodita, dove si può trovare accoglienza durante il cammino) e raggiungiamo finalmente Serra La Croce (m. 1420), la terza ed ultima vetta del nostro percorso. Qui, in una selletta ai piedi de La Caccia, in un antico crocevia di sentieri e mulattiere, vi è una cappelletta di pietre consacrata alla Croce, meta di pellegrinaggio e di una festa rurale.
Tutto questo nella solitudine e nel silenzio più assoluti, senza che nulla ci distolga dallo sguardo sull’infinito, senza che niente ci impedisca di unire le nostre anime all’anima mundi. Un privilegio che quaggiù, in queste sconosciute montagne del profondo Sud è ancora possibile.

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