La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio…

“Chiamate, vi prego, il mondo ‘la valle del fare anima’. Allora scoprirete a cosa serve il mondo”, scriveva il grande poeta inglese John Keats in una lettera del 1819. Bene, l’idea di un luogo in cui “fare anima” si addice perfettamente all’alta valle del Raganello, fra Civita e San Lorenzo Bellizzi, nella parte orientale del Massiccio del Pollino.
La zona è detta “Gruppo delle timpe”, per via delle impervie montagne di roccia che la circondano: Timpa di San Lorenzo, che raggiunge i 1652 metri di quota e possiede una parete verticale che precipita perpendicolarmente sul corso del Raganello per quasi ottocento metri, e poi Timpa di Sant’Anna, Falconara, Timpa di Porace, Timpa di Cassano.

c37df1e670_1-L-alta-valle-del-Raganello-vista-dalla-sua-testata--In-fondo-la-Gola-di-Barile--Ph-F--Bevilacqua-web-300x199 La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio…

L’alta valle del Raganello vista dalla sua testata. In fondo la Gola di Barile. Ph F. Bevilacqua

La valle ha forma di un vasto imbuto orografico, composto da un cerchio di rilievi che convergono a sud verso la Gola di Barile, un canyon lungo oltre tre km, che si sviluppa nella parte alta del corso del Raganello, stretto tra le balze della Timpa di San Lorenzo, da un lato, e quelle della Timpa di Porace e della Timpa di Cassano, dall’altro.
Sul lato opposto, la testata valliva è formata da una serie di larghi declivi dolcemente digradanti che partono dalle radici dei rilievi, per calare verso il fondovalle. Poggi, altipiani, ruscelli, valloni, pascoli, campi coltivati, intrichi di ginestre e di rovi, boschetti di cerri, vecchie masserie ancora abitate, rovine disseminate dappertutto, compongono la trama del quadro visivo. Il perfetto triedro della Falconara è il gigantesco segnale di pietra che indica l’inizio della valle.
Sul versante occidentale, si oppone la lunga fascia boscata della Fagosa, una vasta, ininterrotta foresta di faggi, che risale i ripidi fianchi della dorsale della Manfriana e del Dolcedorme e, leggermente discoste, della Serra delle Ciavole e della Serra di Crispo.
Qui si arriva, in auto, solo da Civita e da S. Lorenzo Bellizzi, con due lunghe strade piuttosto mal messe, in buona parte a fondo naturale, che si congiungono proprio sotto la parete della Falconara.
La valle non è uno di quei luoghi tornati selvaggi per via dell’abbandono umano. Come ho detto vi sono ancora alcune masserie dove si coltiva la terra e si allevano animali. Ma non è nemmeno un posto facilmente raggiungibile, visto il suo isolamento geografico. E’, invece, qualcosa di difficilmente definibile. Pare che viva in una sorta di sospensione temporale. Un universo appartato, racchiuso, segreto. Uno di quei luoghi incantati dei romanzi, dove il protagonista giunge dopo tanto girovagare e vi trova, finalmente, una patria, quantomeno ideale.
Ogni volta che vengo quassù mi sento come il caporale dell’incipit de “I pascoli del cielo” di John Steinbeck, che, inseguendo un cervo apparso all’improvviso, si affaccia, per la prima volta oltre l’orlo del terreno che immette in una ancor vergine valle californiana.

cbc7cf3ac0_2-Lungo-la-cresta-nord-di-Serra-delle-Ciavole--Pino-loricato-e-sullo-sfondo-Serra-di-Crispo--Ph-F--Bevilacquaweb1-300x199 La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio…

Lungo la cresta nord di Serra delle Ciavole. Pino loricato e, sullo sfondo, Serra di Crispo. Ph F. Bevilacqua

“Si fermò stupito – scrive Steinbeck – per lo spettacolo che gli si aprì sotto gli occhi. Una lunga valle si stendeva entro un anello di colline che la proteggevano dalla nebbia e dai venti. Disseminata di querce, era ricoperta di verde pastura e formicolava di cervi.
Al cospetto di tanta serena bellezza il caporale si sentì commosso. Lui che aveva frustato tante schiene di indiani, che, maschio rapace, si adoperava a forgiare una nuova razza per la California, lui il selvaggio, barbuto portatore di civiltà, scese di sella e si tolse il casco d’acciaio. ‘Madre di Dio!’ mormorò. ‘Questi sono i verdi pascoli del Cielo ai quali il signore ci conduce’.”
Domenica di fine autunno. La smania di peregrinare per le montagne della Calabria ci porta verso nord. La meta è Monte Gada, una montagna non molto alta, tra Laino Borgo ed Aieta. Ma già quando, alle prime luci dell’alba, percorrendo l’autostrada, ci compare davanti la bastionata meridionale del Pollino, monta in noi la solita attrazione fatale. Alle quote alte un sottile ma brillante strato di neve imbianca le cime. La prima neve! Cambiamo rapidamente itinerario e, da Civita, saliamo proprio verso l’alta valle del Raganello, da dove tenteremo di raggiungere a piedi i Piani di Pollino.
Colle Marcione è esattamente come l’orlo del romanzo di Steinbeck. Ormai so che quando varco quell’orlo, mi prende un tuffo al cuore. Quel paesaggio è un sogno che ritorna. Per fortuna sempre uguale. Per fortuna sempre intonso. Per fortuna dimenticato dalla maggioranza dei miei simili. Sento di aver lasciato il mondo e di esser penetrato in un altro Mondo. Ho un moto di gratitudine nell’anima. Come se dopo tanto girovagare, avessi trovato una casa che mi accoglie. So, infine, di aver fatto il vuoto di pensieri dentro di me. E di aver lasciato che la bellezza irrompa dappertutto. Nella mia mente e nel mio corpo. Stordendomi.
Percorriamo la disastrata stradina che taglia il fianco sinistro della valle, appena sotto l’ordito della Fagosa. Mentre sul lato opposto l’immensa parete della Timpa di S. Lorenzo è ancora in ombra. Con i suoi corrugamenti, i suoi boschi pensili di lecci, le sue pietraie devastate, le creste aguzze.

cbc7cf3ac0_3-Cresta-nord-di-Serra-delle-Ciavole--I-Piani-di-Pollino-e-sullo-sfondo-il-M--Pollino--Ph-F--Bevilacquaweb-300x199 La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio…
Cresta nord di Serra delle Ciavole. I Piani di Pollino

Prima della Falconara, al bivio per Casino Toscano lasciamo l’auto. Siamo a quota millequattrocento circa. Poco prima del bivio abbiamo visto due auto parcheggiate. Ho subito pensato che qualcun altro possa avere avuto un’idea simile alla nostra.
Ci incamminiamo nel gelo. Mentre su di noi il cielo è una fredda lampada azzurra. La stradina è costellata di lastre di ghiaccio. La neve macchia a stretti cordoni i pascoli intorno.
Superiamo l’ecomostro di Rovitti, un’assurda costruzione in muratura che qualcuno lasciò a metà in questo sperduto angolo di mondo. Non riesco ad immaginare quali potessero essere le sue intenzioni. Sta di fatto che quei pilastri di cemento, quei muri e quei solai scoppiati per il gelo, quegli spioventi pencolanti nel vuoto sono una ferita alla bellezza del luogo. Sarebbe utile e divertente (forse liberatorio) organizzare una specie di festa popolare per demolire questo oltraggio.
Noto tracce di scarponi sulla neve. Mi si rafforza la convinzione che qualcuno ci abbia preceduti. Ma poco dopo le tracce scompaiono in una direzione diversa dalla nostra. Raggiungiamo anche Casino Toscano, la storica costruzione (forse un vecchio alpeggio) che, crollata sotto il peso degli anni e della neve, è stata parzialmente riadattata.
Ora il terreno è ricoperto interamente dalla neve, vecchia di alcuni giorni, indurita e ghiacciata. Ma sopra c’è un sottile velo di brina gelata che ci consente di non scivolare. Non abbiamo con noi né ciaspole né ramponi!
Il sentiero a me familiare è ora solo un piccolo slargo nel fitto della giovane faggeta. Dopo un paio d’ore di cammino siamo alla Grande Porta del Pollino, il valico stretto tra Serra delle Ciavole e Serretta della Porticella, che immette ai Piani di Pollino. Il nome evoca forse l’importanza del valico nell’antica geografia dei luoghi. Era un passaggio obbligato per traversare da Terranova, in Basilicata, alla Conca di Castrovillari e Morano, in Calabria, e viceversa.
E’ questo l’itinerario seguito anche da Norman Douglas, lo scrittore austro-britannico che ai primi del secolo scorso percorse a piedi, più volte, il Pollino, rimanendo folgorato dalla bellezza dei suoi paesaggi, dall’imponenza delle sue selve, dall’intensità dei suoi riti.

cbc7cf3ac0_4-Serretta-della-Porticella--Pini-loricati--Ph-F--Bevilacquaweb-300x199 La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio…
Serretta della Porticella. Pini loricati. Ph F. Bevilacqua

Come quello della Madonna del Pollino, un santuario montano protagonista di una animata festa, posto a non molta distanza da dove ci troviamo ora.
Superato il valico, ci si spalanca davanti agli occhi la vista della grande conca dei Piani di Pollino, racchiusa fra le principali cime del massiccio. Douglas annotò nel suo diario di viaggio che nessuno che passi da queste regioni deve rinunciare a visitare questo luogo, anche se esso è discosto dagli itinerari abituali. Diversi altri studiosi, alpinisti, viaggiatori che ebbero l’ardire di avventurarsi fin quassù in epoche in cui ai Piani venivano solo pastori, boscaioli e pellegrini, usano toni ammirati per lo spettacolo offerto ai loro occhi. Ma se avessero visto i Piani come si presentano stamane, ai nostri occhi, sarebbero rimasti basiti.
Ci troviamo avvolti in un mondo di ghiaccio. Non quello che potrebbe prodursi subito dopo un’abbondante nevicata, con gli alberi strinati dal gelo e dalla galaverna. Quello, piuttosto, costituito dal ghiacciarsi della neve caduta giorni prima. Una sottile patina bianca e immacolata riveste, come in un dipinto, il terreno sul quale camminiamo. E pure le lontane quinte del Pollino, di Serra Dolcedorme e di Serra del Prete. Ma anche tutta la conca che s’incurva sotto di noi.
Volgendoci a destra e a sinistra, invece, si innalzano le creste di Serra delle Ciavole e di Serretta della Porticella, puntellate di giganti arborei. Sono i pini loricati del Pollino, conifere dalle forme possenti, saliti fin quassù, a duemila metri di quota, dove nessun’altra specie arborea riesce a sopravvivere, per sfuggire all’invadenza dei faggi. Come creature provenienti dalla preistoria, come sauri vegetali, dai tronchi mastodontici, dalla corteccia a scaglie poligonali che pare un mosaico, ci osservano, increduli che degli umani possano raggiungere queste gelide vastità.
Vaghiamo, grati e paghi, sull’orlo dei piani. Qui il vento e il sole hanno creato vere e proprie lastre di ghiaccio, sulle quali è pericoloso avventurarsi senza i ramponi. La tentazione di salire lungo la cresta nord di Serra delle Ciavole, però, è forte. Consci del pericolo, ci incamminiamo ugualmente, imprecando contro la nostra dabbenaggine che non ci ha ancora indotti ad aggiungere alla nostra normale dotazione tecnica l’attrezzatura da neve. Ci incoraggia il fatto che le lastre ghiacciate non sono ovunque e, a chiazze e ad onde, esse si alternano al tappeto di brina polverosa che consente agli scarponi di non scivolare. Attacchiamo la cresta.

2bb7c9928b_5-Serretta-della-Porticella--Pini-loricati--Ph-F--Bevilacquaweb-300x199 La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio…

Serretta della Porticella. Pini loricati. Ph F. Bevilacqua

Ci innalziamo, in precario equilibrio, nel dedalo di grigie rocce calcaree dalle forme più bizzarre, di pungenti pulvini di ginepro, di maestosi pini dai rami protesi verso il cielo come membra di oranti.
Resto colpito dalla perfetta commistione dei tre colori base che compongono il paesaggio intorno a noi: l’azzurro che si irradia dal cielo; il grigio delle rocce e delle cortecce; il bianco della neve. Solo il verde brillante degli aghi dei pini colora questa tavolozza uniforme.
Ogni pino ai piedi del quale sfiliamo, cauti e silenziosi, è una scultura vegetale. Alcuni di loro stanno qui da oltre mille anni. Sono tra gli alberi più longevi d’Europa. Ci aggiriamo in questo cesello di rocce ed alberi, godendo di ogni visione, di ogni prospettiva, di ogni scorcio.
Ma siamo costretti a rinunciare alla vetta. Troppo pericoloso proseguire. Uno scivolone potrebbe essere fatale. Riscendiamo con molta prudenza sino alla Grande Porta. Raggiungiamo i pini di Serretta della Porticella, la cui linea di cresta è meno ripida. Dal lato esterno, ci affacciamo sulla nostra grande valle. Con un solo colpo d’occhio, da qui, possiamo racchiuderla tutta, ammirarne le ondulazioni, le forme, i particolari, comprenderne la vastità, intuirne la complessità, fissarla ancor di più nel nostro inconscio come luogo simbolo.
Notiamo, sul crinale di Serra delle Ciavole, un piccolo gruppo di persone in fila indiana. Devono essere quelli delle tracce sulla neve. Subito immagino che si tratti di miei amici, abili scalatori. Poiché non sono saliti per il nostro itinerario, l’unica alternativa possibile è che siano passati per l’impervia parete est della montagna, sulla quale esistono vie alpinistiche di diverso grado di difficoltà.
Noi, intanto, iniziamo la discesa. Li incontriamo nel bosco. Sono Mimmo Ippolito, Massimo Gallo, Domenico Riga, Franco Formoso e Domenico Bloise.
Perfetto assetto alpinistico: abbigliamento tecnico, ramponi e doppie piccozze corte, di quelle che servono per tirarsi su a forza di braccia arpionando il ghiaccio. In confronto a loro ci sentiamo un po’ naif.

2bb7c9928b_6-L-alta-valle-del-Raganello-vista-da-Serretta-della-Porticella--A-destra-il-Bosco-della-Fagosa--Ph-F--Bevilacquaweb-300x199 La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio…

L’alta valle del Raganello vista da Serretta della Porticella. A destra il Bosco della Fagosa. Ph F. Bevilacqua

Ci salutiamo affettuosamente, lieti di incontrarci in queste solitudini. Raccontano la loro avventura, iniziata diverse ore prima di noi, lungo un canalone ghiacciato della parete est delle Ciavole, come avevo ipotizzato. Facciamo un pezzo del ritorno insieme.
Usciti dal bosco, a lungo camminiamo nello splendore della luce meridiana, la più immaginifica che potessimo sperare. I raggi obliqui del sole invadono i declivi alti della valle, frangendosi sulla piatta parete sud della Falconara. I cerri incanutiti dall’autunno rilucono attraverso le foglie giallo-arancioni. Un pastore dagli abiti bisunti osserva il suo gregge brucare. Come poteva, questa gente, non assumere, nei secoli, un’indole contemplativa? Chiacchieriamo dolcemente. Penso agli uomini e alle donne, giovani, adulti, anziani, che vivono nelle masserie disperse nella valle. Che ogni giorno accudiscono alla terra e agli animali. Che ogni giorno vedono sorgere e tramontare il sole su quel paesaggio primigenio. Che hanno come riferimento le stagioni, con i loro cicli, i colori, i profumi, le incombenze. Sono loro i veri eroi. Sono loro gli angeli custodi dei luoghi. A loro si deve l’esile filo che lega l’uomo alla terra.
Lontano, sul lato opposto della valle, le mostruose sembianze di roccia delle timpe si stringono nell’ombra minacciosa della Gola di Barile.
Ecco, di fronte ad una simile atmosfera, posso comprendere, forse, quel che voleva dire Keats con la sua enigmatica frase sul mondo come la valle del fare anima. In fondo vivere nel mondo significa essere coinvolti nella sua vicenda. E, soprattutto, essere immersi nel suo stesso senso. Fare anima significa allora vivere con passione, ossia patire le cose del mondo. Ed attraverso la passione, il coinvolgimento, fare anima vuol dire anche costruire noi stessi in relazione al mondo. E’ questo, in qualche modo, il principio di individuazione di cui parla Carl Gustav Jung nella sua vasta opera. L’idea cioè che ciascuno di noi ha il difficile compito di “realizzare se stesso”, il suo destino già iscritto nella sua anima, e che solo sforzandosi di assecondare quel destino potrà essere sereno durante la vita. l’individuazione, infatti, comporta la ricomposizione di una frattura dell’apparato psichico dell’unico animale portatore della coscienza, l’uomo appunto.
Bene, oggi l’alta valle del Raganello è stata il medium tra le nostre anime e l’anima del mondo. E’ come se fosse lì ad attenderci, con la veste delle grandi occasioni. Appena avvertita la nostra presenza – lei che ha capacità soprannaturali e divinatorie – ha lanciato il richiamo. E noi, pronti, dopo anni di intimità con i luoghi, l’abbiamo accolto, senza esitare. E, alla fine, ci ha resi parte del suo daimon, come dicevano i greci, del suo spirito dei luoghi, ci ha accolti e cullati, ha intessuto un’intima, profonda relazione con noi. Ci ha dimostrato, ancora una volta, che andare alla ricerca di luoghi perduti equivale a risvegliare la parte più luminosa della nostra psiche. E, nello stesso tempo, a penetrare nel profondo della nostra ombra.

L’articolo La valle del fare anima. Dal Raganello alla Serra delle Ciavole, in un incanto di ghiaccio… sembra essere il primo su Calabria On Web.