Dove si nasconde Polifemo. Tra le cascate del torrente Nessi in Aspromonte…
Con ‘sta storia che “gli ultimi saranno i primi”. E se gli ultimi stessero bene tra di loro e non volessero avere nulla a che fare con i primi? Se gli ultimi rivendicassero solo la loro dignità? Senza per questo desiderare i privilegi dei primi. E se qualche primo fosse disposto a rinunciare ai suoi privilegi per stare con gli ultimi?
E se ultimi e primi desiderassero una società che non ci costringesse a rincorrere sogni infiniti? Che ci lasciasse liberi di restare umili, di non seguire le mode, di non desiderare di possedere tutto ciò che ci viene presentato come necessario e che necessario non è. E se gli ultimi e i primi decidessero che non vogliono essere posseduti dal demone di produrre e consumare, come dei bulimici? E’ davvero impossibile credere in qualcosa di profondamente, radicalmente diverso da questa farsa perenne in cui siamo costretti a vivere? Temo che sia pura utopia. Nelle moderne società laiche e desacralizzate, rose dal tarlo del consumismo e dell’edonismo (ricordate il Pasolini degli “Scritti corsari”?) vorrebbe dire divenire degli emarginati, degli estranei, degli asociali. Dove vige l’etica della competizione e della crescita, dove Dio non è più quello delle sacre scritture ma quello delle zecche di Stato, dove l’Evangelo è la carta moneta o, ancora meglio, il denaro virtuale della grande finanza criminale che domina e condiziona i mercati, che può gettare sull’orlo del baratro intere nazioni, impoverire milioni di persone, non c’è spazio per la guarigione da questa pandemia che ci affligge. E di cui nessuna organizzazione mondiale della sanità vuol prendere coscienza.
Ogni mia escursione in natura ha un pensiero che la abita. Come un colonna sonora. Un pensiero che si è sedimentato nella mente durante la settimana. Per una lettura, una riflessione, uno scambio di opinioni. Un pensiero sfuggito alla routine del lavoro, alle ansie quotidiane. E che si è insediato nell’encefalo come un file di memoria. La cui urgenza trabocca, al mattino presto, nel buio che precede l’alba, quando, con i miei compagni, filiamo, in auto, verso la nostra meta.
Una domenica di fine inverno. Ha piovuto durante la settimana. E’ questo il periodo in cui comincia il disgelo sui monti ed i torrenti mugghiano sul fondo dei loro meandri, stretti tra le pendici delle valli. Si va per contemplare l’acqua. Non per diguazzare in fresche pozze color smeraldo, come d’estate. Ma per osservare, piuttosto, la furia liquida, che s’affolla nei suoi alvei di roccia. Come costretta dall’urgenza di correre al mare. E quietarsi.
In macchina discutiamo dell’obbligo di competere che sembra essere il problema delle nostre società dell’assolutismo economicista. Quante volte abbiamo sentito dire: “occorre maggiore competitività!”. E spesso chi pronuncia questa frase non si è mai fermato a riflettere sul suo reale significato. Se l’imperativo vale per tutti, il mondo diverrà (è già divenuto) un immenso calderone ribollente di gente che si sente autorizzata a rincorrersi, superarsi, abbattersi a vicenda. Ed ogni metodo diviene lecito (anzi etico). Come dimostra, ad esempio, il disastroso fenomeno della delocalizzazione delle manifatture industriali in paesi del terzo mondo, dove i lavoratori vengono sfruttati come schiavi.
Ma la cosa più grave è che la competizione allarga, anziché accorciare, la forbice delle differenze tra i tanti poveri del mondo ed i pochissimi straricchi. Per competere efficacemente, infatti, oggi non basta più la creatività, l’innovazione, la buona volontà (a parte qualche fortunato self made man). Perché ci sarà sempre qualcuno che ha più mezzi di te. E questi mezzi sono ormai di natura esclusivamente finanziaria. Bastano i soldi, per fare soldi. Basta il mercato finanziario, sfruttato con furbizia e cinismo, per cancellare ogni illusione che possa esservi una sana ed equa competizione.
Giungiamo a Ciminà, paese legato a tristi ricordi di ‘ndrangheta, ma abitato, invece, da tanta gente umile e pacifica, ai piedi dell’Aspromonte orientale. Loro non lo sanno, non lo ricordano più, ma quelle case affastellate e malamente modernizzate, stanno sull’orlo del Paradiso. Un paradiso di montagne, rupi, gole fluviali, boschi. Che in pochi conoscono. Dissolte nella memoria ancestrale. Esattamente come si è dissolta, in pochi decenni, quella civiltà contadina e pastorale che narrarono Alvaro, Perri, Seminara, Strati, La Cava, Montalto. E che per fortuna resta immortalata nelle loro opere.
Anche a Ciminà, come dappertutto del resto, il globale ha preso il sopravvento sul locale. Il miraggio di un’altra civiltà, quella industriale e consumistica, ha mietuto vittime anche quaggiù. A Ciminà, come a Platì, come a San Luca, come in tanti altri paesi dell’interno, vivono “comunità provvisorie” come dice Franco Arminio. La gente è ferma, attende.
Aspromonte. Il sentiero che risale dalle cascate basse del Torrente Nessi. Foto Francesco Bevilacqua
Cosa, nessuno lo sa più. Un tempo era un’industria, una strada, un’opera pubblica, la forestazione, un finanziamento. Oggi è il nulla. L’attesa è divenuta letargo. Ma senza speranza di risveglio. Eppure, Ciminà sopravvive sull’orlo del Paradiso.
Percorriamo la stradina che dalla parte alta del paese taglia diagonalmente la pendice in sinistra idrografica della valle della Fiumara Gelsi Bianchi (nome evocatore, forse, dell’epopea, anch’essa dimenticata, della seta, che fu, un tempo, una delle prime manifatture della Calabria). Dove finisce la strada, in quel “nulla” topografico che solo qualche contadino e pastore ricorda, lasciamo l’auto. Una scrofa chiazzata ci osserva curiosa da una lettiera di foglie e ghiande, mentre indossiamo gli zaini. Prendiamo una vecchia mulattiera che risale a fianco di un uliveto con una casetta colonica. Chiusa e vuota naturalmente. Ci addentriamo nel “nulla”. Che poi non è, per fortuna, un “nulla” assoluto. Nel silenzio e nella solitudine, infatti, tutto è racconto. Muretti a secco, terrazzamenti, alberi da frutta, una baracca, querce gigantesche, prati, boscaglie, un’altra casetta di pietre. Parlano di vite lontane, narrano storie dimenticate. Il sentiero è ora appena accennato. Si districa in una lingua di fitta foresta che ha riconquistato i coltivi a causa dell’abbandono.
Improvvisamente siamo alle Mandre Vecchie. Una muraglia di grosse pietre sbarra il passo. Ci troviamo su un leggero declivio fuori dal bosco. E’ un grande dedalo di muraglie. Se non fosse per il nome, si stenterebbe ad intuirne il significato, la funzione.
Si potrebbe credere di essere capitati in un nascondiglio di giganti. Una voce interiore avverte: qui si nasconde Polifemo. Dacché lo scaltro Ulisse l’accecò e lo derubò, è venuto a rifugiarsi in questo recesso remoto. Cieco, malinconico, ma in compagn
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