Sila greca: la bellezza come misura in mezzo ad un deserto di nevi
Misura e dismisura. In questa dicotomia – che è poi il titolo di un capitolo de “L’uomo in rivolta” di Albert Camus – sta tutto il conflitto del nostro tempo. E forse anche la causa dei nostri mali. L’Umanità ha perso la misura. Non riconosce più il limite. E’ sprofondata nella hybrisdegli antichi greci, nell’insolenza, nella tracotanza. Vogliamo farci uguali a Dio. Scienza e tecnica ci rendono onnipotenti e boriosi.
Il denaro ci fa ingordi. Bellezza, poesia, sacralità sono state ridotte a simulacri. Questo è il nostro vero peccato capitale. Questo è il nostro vero “patrimonio mondiale dell’umanità”. Siamo andati troppo oltre.
Siamo ben al di là di ogni misura e di ogni limite. Siamo – secondo un proverbio indios – come quell’uomo che si getta da un’altissima rupe sicuro di poter volare.
Mattino presto di una domenica di inizio inverno. Attraversiamo la Sila da ovest ad est, grati per l’inatteso incanto della neve appena caduta. Questo vasto e “disambientato” altopiano (secondo un’intuizione di Giuseppe Isnardi, che ne percepì la discontinuità rispetto al resto del paesaggio calabrese) sembra star lì, deliziosamente improbabile come una fiaba nella realtà. I suoi boschi sconfinati di conifere, le forme morbide ed arrotondate dei rilievi, l’ampiezza bucolica delle valli, l’immensità dei suoi orizzonti, sono già una sfida alla percezione dell’occhio umano. Figurarsi quando tutto si arrende al candore di una sottile polvere di ghiaccio: praterie, campi, colline, fronde degli alberi, villaggi.
Noi non siamo qui per invadere, insieme a centinaia di umani, un corso costellato di venditori di souvenir o una stazione sciistica. Non siamo qui per farci inghiottire dal traffico, dal caos, dalla caciara. Per questo superiamo Camigliatello mentre è ancora immerso nel sonno. Per questo ci allontaniamo dagli uomini.
La strada costeggia il Lago Cecita, mentre il sole si solleva timido a rischiarare questo deserto di nevi. La valle del Mucone è stretta tra due pendici popolate da pini giganteschi, le cortecce a mosaico, composte da tante scaglie grigie e rosa. Un branco di cervi, accorso accanto all’ingresso del suo recinto d’allevamento per attendere la pastura, ci osserva preoccupato. Sulla strada nessuno. Nessuno che voglia esser parte di quest’incanto. Gli umani sono pigri. Soprattutto al Sud e in Calabria. Per loro la bellezza è un ingombro fastidioso.
E’ qualcosa di cui disfarsi in fretta. La bellezza li inquieta perché tende a rieducare il loro sguardo, abituato ormai alle brutture, all’omologazione, alla dispersione di ogni identità, anche estetica. La bellezza non ha cittadinanza in una terra che ha perso ogni dignità. Salvo qualche rigurgito melodrammatico di un orgoglio malriposto.
Raggiungiamo Colle dell’Esca, il valico oltre il quale una ripida serie di tornanti si tuffa nella valle del Macrocioli, verso Longobucco. E’ qui l’appuntamento con due amici del paese.
Un provvidenziale spazzaneve ricava uno spazio laterale dove lasciare l’auto. Ecco i nostri amici. A quattro gradi sotto lo zero, i convenevoli sono ridotti all’essenziale. Indossiamo le ciaspole e, racchiusi nei nostri capi d’abbigliamento più o meno tecnici, intraprendiamo il cammino in una galleria d’alberi, i tronchi strinati dal gelo, i rami piegati da pesanti addobbi di neve. Una luce azzurra filtra dalla volta del bosco.
Il nostro piccolo gruppo è composto di sei persone. Sasà Pellegrino, di Longobucco, è in testa. La sera prima abbiamo fatto una rapida consultazione telefonica ed abbiamo stabilito l’itinerario comune, confidando nella possibilità che ci si aprisse dinanzi uno spettacolo come questo. Sasà non è solo un operaio forestale. E’ lo spirito custode di questi luoghi. Il suo viso bonario trasuda di affetto per questo sperduto angolo di mondo. Negli anni, ha vagato a piedi quasi dappertutto, quassù. E camminando ha riflettuto. La contemplazione lo ha reso inconsapevolmente filosofo. Sasà conosce bene la misura. Sa che senza coscienza del limite, l’uomo non andrà da nessuna parte. In paese scherzano quando lo vedono partire, con ogni condizione atmosferica, per i suoi lungi, spesso solitari, giri pedestri.
Ore di cammino apparentemente senza utilità. Non cerca altro se non la bellezza. Non prova altro se non emozione. Si meraviglia che i suoi concittadini passino le domeniche vacando in un affollato centro commerciale, burattini ingenui di una bulimia consumistica che è la più grave epidemia della contemporaneità.
Gente incapace di scorgere la ragione profonda del loro abitare, del loro essere in un paese, in una terra che hanno dimenticato. Persone che hanno perduto la loro cultura. Uomini e donne che credono di essere un non ancora dello sviluppo. E che pensano che imitare, emulare sia la loro unica salvezza. Sasà mi racconta come egli preferisca comprare i prodotti alimentari direttamente dai contadini e dagli allevatori del posto, piuttosto che fare la spesa nei supermarket. Parla delle storia del suo paese e della volontà di serbarne memoria. Pronuncia i nomi dei luoghi come chiamasse degli amici.
Poi c’è Mimmo Flotta, anche lui di Longobucco. Mimmo fu tra i pochi, a Longobucco (ricordo anche l’allora sindaco Emanuele De Simone), a non avversare l’istituzione del Parco Nazionale della Sila, contro il quale, cacciatori, ignoranti vari e speculatori avevano organizzato una vera e propria contraerea. Insieme a noi ambientalisti invitava i suoi concittadini a saper cogliere l’occasione per reinventare il futuro di un paese che stava lentamente morendo. Oggi ha un’agenzia, in paese, “Sila trekking”, con la quale organizza vacanze verdi nella zona. E tanta gente viene, anche dall’estero, a camminare da queste parti, soprattutto d’estate.
In una magia di luce ed ombra attraversiamo radure e boschi, innalzandoci, poi, verso la cima di Serra Vulga. Da quassù scorgiamo il crinale di Monte Altare, proprio oltre la valle del Macrocioli, e, molto lontano, perfino le montagne del Pollino.
Tra noi, gli sguardi complici di chi sa di ricevere un privilegio raro. Spettacoli come questi non capitano spesso. La bellezza non si compra al supermercato o su Internet, né si vede in televisione. Bisogna cercarla a lungo. Faticare. Soffrire, se necessario. Avere ancora la capacità dello sguardo.
La Sila innevata è un Grande Nord, ma che sta solo al Sud. Neve e ghiaccio trasformano i pini, i faggi, gli abeti in opere d’arte. Una parte di questo mondo fatato è ancora in ombra. Mentre le cime degli alberi già risplendono nel sole del Mediterraneo.
E’ stata una settimana stremante: voglia di fuggire dal mondo, umore nero, schiena a pezzi. Stavo per rinunciare. E invece eccomi qua, immerso nella bellezza, nel silenzio, nella solitudine. Groppe di monti innevati si inseguono all’infinito. In fondo, a oriente, oltre pianure invisibili, lo Ionio e il golfo di Sibari. Dopo la cima, scendiamo in un incanto abbacinante. Il Grande Nord immerso nella luce del Sud. Il gelo del Nord intiepidito dal sole del Sud.
Avrete notato – quelli di voi che camminano in montagna come pregassero – che quando arrivano i “turisti” fuggono gli dei. Ogni luogo numinoso ha le sue divinità. Ebbene, esse sono scacciate dalle masse vocianti e pittoresche dei consumatori di bellezza. Non mi tiro fuori: anch’io provo la strana sensazione che visitare un luogo è anche un po’ profanarlo. Per questo cerco di farlo in punta di piedi, in silenzio, in pochi. Eppure sento che c’è un’intrusione, una violazione nel penetrare in un luogo. Per questo non torno più in luoghi divenuti ormai giostre per turisti. Mi son fatto l’idea che un luogo sia veramente conoscibile solo da chi lo ama così tanto e così consapevolmente da divenirne “abitante”. Non necessariamente residente, ma abitante nel senso che quel luogo abita il suo animo e che tra lui ed il luogo si produce un forte legame di appartenenza.
Procediamo in silenzio. Solo poche parole. Come temessimo di disturbare gli dei. Attoniti dinanzi alla natura immersa in questo abito sontuoso e nello stesso semplice. Che ci dice anche che la bellezza è effimera e per questo ancor più preziosa. La neve sugli alberi durerà un giorno o poco più. Bisogna saper cogliere queste occasioni, in cui la natura indossa le vesti più preziose, si fa bella, particolarmente bella. Occorre farle visita, come in pellegrinaggio presso un santuario. Bisogna essere vigili, accorgersi di quanto accade a poca distanza dai nostri caotici paesi. Non credere che la “vera” natura sia quella che ci mostra la televisione nelle immagini oleografiche delle tante trasmissioni di viaggi in luoghi esotici.
Pian piano la foresta si dirada. Ci ritroviamo su un altopiano sgombro di vegetazione arborea, eccezionalmente panoramico, il cui nome evoca il bosco che anticamente lo ricopriva: Fagheto. Ci si apre davanti un panorama sconfinato. Riconosco i profili amati delle montagne della Sila Greca e, più indietro, delle altre del nord della Calabria. Ma anche il dedalo di montagne e poi di colline che digradano verso la costa ionica, come un labirinto inestricabile. Ogni valle, ogni altura, ogni pendice, ogni bosco (e sono centinaia) è un’occasione per scoprire un angolo del nostro mondo ed una parte di noi stessi. Non basteranno dieci vite perché conosca la Calabria. E me stesso. Perché camminare è sì procedere verso una meta geografica ma anche procedere verso una dimensione interiore.
Ecco il monte Paleparto, perno centrale di tutta la Sila Greca, dal quale si staccano a raggiera le vali radiali che, tra gole, canyon e cascate, scendono verso la costa: il Cino, il Colognati, Il Trionto. Ecco i contrafforti che fanno da spartiacque alle stesse valli. Ed ecco laggiù, come una tiepida tana rannicchiata in fondo ad un profondo imbuto orografico, Longobucco, il paese di Sasà e di Mimmo, da loro amato e vissuto. Si intuisce dalla sua posizione che esso fu un rifugio, un nascondiglio, a metà strada tra la costa e i monti. Longobucco, nell’antichità, era rinomato per le sue miniere. Oggi sopravvive stancamente, come tanti altri borghi del Sud Italia. Sasà e Mimmo sono la dimostrazione vivente che l’unica ricetta per questi paesi, per scongiurare lo spopolamento e l’abbandono, è il recupero della memoria, è il riannodare il filo tra uomini e luoghi. Non è facile, in questa afasia, in questa ipocondria generale, in questa epidemia di omologazione ed emulazione che pervade le nostre società, in questa perdita irrimediabile di consapevolezza che attanaglia i “residenti” dei paesi. Ma bisogna provarci.
Il Fagheto è un posto unico. Un deserto di pietre che si prolunga verso nord come la schiena di un gigantesco animale addormentato. Spazzato da un vento teso che solleva una polvere diamantina.
Un vento che ci sferza a folate, ci invade come se volesse mutarci il sangue. Siamo coscienti di essere degli ospiti amati. Non si spiegherebbe altrimenti questo fantastico privilegio.
Camminiamo sulla distesa immacolata come intimiditi. In bilico tra la misura e la dismisura. Dubbiosi se la nostra sia un’intromissione o una visita. Desiderosi di essere parte di questa straordinaria armonia. Consci di doverci immergere in un bagno di umiltà. Quasi a voler espiare le molte colpe dei nostri avi, dei nostri simili. Verso questo mondo che scompare. Verso questo mondo perduto.
Mimmo ci lascia. Deve rientrare in paese. Attende un gruppo di visitatori francesi che vengono a Longobucco per una vacanza. Prova che anche un paese come Longobucco per qualcuno ha ancora un valore, checché ne pensi la maggior parte dei suoi abitanti. Mimmo non torna indietro sui nostri passi. Da quassù scenderà al paese per un antico sentiero che si tuffa verso la valle del Macrocioli. A dimostrazione che gli antichi transiti di questi luoghi creavano una rete fitta di cammini che consentivano di collegare in tempi relativamente brevi decine di posti e, soprattutto, di rendere il paese, una sorta di punto di irradiazione per tutti coloro che quotidianamente frequentavano i monti: pastori, contadini, boscaioli, carbonai, acquaioli, trasportatori etc.
Noi torniamo invece, lentamente, sui nostri passi, godendo della diversa prospettiva che la luce, mutata, proietta sul paesaggio. La temperatura, sempre bassa, ha conservato la neve e il ghiaccio sugli alberi. Grati e paghi raggiungiamo il punto di partenza. Sempre immersi nella solitudine e nel silenzio. Pensiamo a chi vive laggiù, nel paese. A quanto è essenziale il lavoro che Sasà e Mimmo fanno quotidianamente.
Una comunità che ignora la propria storia, una comunità che non conosce il senso dei propri luoghi, la bellezza dei suoi paesaggi, una comunità che non condivide culture e valori è una comunità che ha perduto se stessa e la propria identità. Sarà buona a qualunque cosa, tranne che a crescere e a progredire armoniosamente, tranne che a fondare la propria vita sul rispetto, sul bene comune, sulla felicità collettiva, sulla dignità. Sarà invece ostaggio degli effetti più deteriori della modernità e della globalizzazione, serva dei loro invincibili padroni.
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